La Nuova Sardegna

la stagione concertistica

Dvorák e Beethoven, al Lirico piovono applausi

di Gabriele Balloi
Dvorák e Beethoven, al Lirico piovono applausi

CAGLIARI. Due Ottave “da dieci”: le sinfonie n.8 di Dvorák e Beethoven dirette al Lirico nei giorni scorsi da Giampaolo Bisanti. È il secondo appuntamento col calendario concertistico 2016. Nulla da...

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CAGLIARI. Due Ottave “da dieci”: le sinfonie n.8 di Dvorák e Beethoven dirette al Lirico nei giorni scorsi da Giampaolo Bisanti. È il secondo appuntamento col calendario concertistico 2016. Nulla da invidiare all’esordio di Stagione, la settimana prima, con Gérard Korsten impegnato nelle beethoveniane «Sinfonia n.9» e ouverture «Egmont». Anzi, diciamo subito che scegliendo, lui pure, una disposizione orchestrale pressoché “alla tedesca”, sembra farla funzionare molto meglio di quanto sia riuscito a Korsten.

Maggiore presenza di suono, ottimo bilanciamento tra famiglie strumentali, impasto timbrico mediamente più denso, caldo e compatto. Dai primi “attacchi” si palesa una sinergia fra competenza direttoriale e preparazione dell’orchestra. A servizio di due sinfonie pervase entrambe da sottilissimo humour. Come nel I° movimento dell’«Ottava» di Beethoven, la cui lettura mescola reminiscenze di grazia mozartiana a leggerezze, garbo e umorismo dell’Haydn più evoluto, con pennellate di colore intense ma senza eccedere. Oppure nel II°, dove staccando un tempo abbastanza spedito lo si rende guizzante, irrequieto, dal passo vispo e febbrile. O, ancora, nel IV° dove dionisiaca ilarità non preclude il nitore della compagine, alternando alle ostinate terzine di note ribattute la morbidezza dei fraseggi in “legato”, e alla turgida cavata degli archi i corruschi accenti dei legni (specialmente fagotti e flauti). Dal canto suo, il sinfonismo di Dvorák discende sì da Beethoven metabolizzato attraverso Brahms. Eppure nell’«Ottava» ci sono, in più, già i personalissimi fermenti della Sinfonia “Dal nuovo mondo”; così come un’ironia consanguinea a quella d’un altro boemo, Gustav Mahler, col quale condivide stesso background di temi popolari e suggestioni poetico-fiabesche. A ciò si sposa bene la direzione di Bisanti, forgiatasi sull’opera lirica, trasferendo nella sinfonia un senso d’azione drammatica, capace quasi di solleticare l’immaginario da fiaba: montagne o boschi da cui escono creature inesistenti, ora buffe, dispettose, ora oscure ed inquietanti. Ma comunque la si approcci – vedendovi gnomi e orchi, o leggendovi sentimenti che confliggono e s’infrangono l’uno sull’altro, o invece apprezzandone esclusivamente la scrittura musicale – Bisanti ne rende appieno l’ispiratissima ricchezza d’invenzione. Ottime le prime parti d’ogni falange orchestrale; pregevoli gli ottoni, ma in generale tutti i fiati alquanto curati (sarà che Bisanti è clarinettista); opulenta la tavolozza degli archi. E giustamente copiosi gli applausi.

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