Il viaggio finale del genio Foster Wallace
Esce oggi “The end of the Tour”, trasposizione cinematografica di un’intervista mai pubblicata
SASSARI. Tra i migliori film che si sono visti all'ultima Festa del cinema di Roma, lo scorso ottobre, “The End of the Tour” arriva oggi nelle sale distribuito da Adler Entertainment. Il sottotitolo aggiunto nella versione italiana, “Un viaggio con David Foster Wallace”, ricorda subito a tutti su cosa si concentra il lungometraggio diretto da James Ponsoldt. Sul geniale scrittore americano, scomparso nel 2008 a soli 46 anni. E dalla morte bisogna partire. Perché è dopo quella, dopo il suicidio dell'autore, che il giornalista David Lipsky tira fuori appunti e cassette di una lunga intervista a Wallace fatta dodici anni prima per la rivista Rolling Stone e mai pubblicata.
Dalla trascrizione nasce un libro “Come diventare se stessi” (in Italia uscito per Minimum Fax), ed è su questo che si basa il film. Sull'inverno del 1996 quando Lipsky riesce a ottenere la possibilità di realizzare un'intervista allo scrittore in quel momento impegnato con le ultime tappe del tour di promozione del libro che ne ha fatto una rockstar della letteratura americana, quel rivoluzionario romanzo di oltre mille pagine intitolato “Infinite Jest” (disponibile in Italia la versione pubblicata da Einaudi). Passeranno insieme cinque giorni spostandosi dall'anonima e disordinata casa di Wallace nel Midwest attraverso gli Stati Uniti, condividendo riflessioni sui più svariati argomenti, studiandosi a vicenda, conoscendosi, instaurando un rapporto sicuramente significativo ma forse non totalmente sincero. In qualche modo il film si può inquadrare in quel genere, o sottogenere, della “strana coppia” che ha trovato nel cinema diversi esempi e sfumature. Un espediente narrativo per indirizzare il cuore del racconto verso il duello dialettico, lo scontro di caratteri, di personalità, di mondi diversi. In “The End of the Tour”, pur provenendo in fondo dallo stesso ambiente letterario, le diversità tra i due personaggi sono evidenti: un giornalista, aspirante scrittore, in cerca di affermazione e un autore geniale, anche accademico, affermato come un rockstar, insofferente per quello status conseguito.
In un film di questo tipo assume un ruolo decisivo la forza dei dialoghi, della sceneggiatura, e quella firmata da Donald Margulies, trova una strada molto interessante: l'arco temporale ristretto, solo un frammento della vita di Wallace, permette di evitare la semplice e più banale via del biopic classico, ricco di enfasi, celebrativo, che si è abituati a vedere. Eppure da questo ritratto così piccolo, tutt'altro che compiuto, viene fuori un omaggio più sincero del grande scrittore americano. Indagandone con sensibilità la personalità, la fragilità, le contraddizioni, senza calcare la mano sul tema della dipendenza e della depressione, ma solo sfiorando l'argomento, il film porta lo spettatore in qualche modo nei panni del giornalista David Lipsky che cerca di scoprire di più dell'intervistato, affascinato dal genio dello scrittore che in quanto tale è impossibile da capire sino in fondo.
La regia si mantiene giustamente sobria seguendo le orme della narrazione, che forse solo nel finale cede leggermente alla retorica, e lascia spazio ai due perfetti protagonisti: Jesse Eisenberg, noto soprattutto per il ruolo di Mark Zuckerberg in “The Social Network”, che veste i panni di Lipsky e un sorprendente Jason Segel, noto come attore comico, che si cala in modo straordinario nella parte di David Foster Wallace.
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