La Nuova Sardegna

Il Carnevale in Sardegna di Cristina Garcia Rodero

di Antonio Mannu
Il Carnevale in Sardegna di Cristina Garcia Rodero

Un tour dei riti e delle feste nell’isola insieme con la grande fotografa spagnola I Mamuthones di Mamoiada, la magia di Bosa, i giovanissimi Istintos di Olzai

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di Antonio Mannu

«Ho cercato di fotografare l’anima misteriosa, magica e vera, della Spagna popolare; con la passione, amore, ironia, tenerezza, rabbia e dolore. Con la sua verità». Cristina García Rodero è una delle figure più autorevoli della fotografia spagnola contemporanea. Nata a Puertollano, Mancia del Quijote, la Rodero, per chi l'ha incontrata sul campo, è un mistero di tempra, coraggio e abnegazione. Fragile nel fisico, ha una forza di spirito sovrumana. Fotografa i limiti, le incomprensibili insensatezze, l’impossibile; con la stessa insondabile devozione che muove le anime oggetto della sua indagine. Tema del suo lavoro l’anima e il corpo. Perennemente in viaggio: «Prima di ogni partenza non dormo, mi preoccupo di dimenticar qualcosa, di non arrivare in tempo in aeroporto. Ma quando lavoro, nulla e nessuno mi può fermare». È così, semplicemente. Una donna di ferro, tenera come il pane.

Ho avuto il piacere, e il privilegio, di condividere con lei un intenso, difficoltoso, periodo di lavoro in India, nel 2007. Intenso e divertente. Cristina García Rodero è persona solare, aperta al dialogo, all’ascolto: quando qualcuno parla, se ciò che sente la interessa, un’espressione incantata e felice le si dipinge sul viso. Durante il Carnevale è stata nostra ospite; così si è sentita. «Le persone, in generale, qui in Sardegna sono gentili e amabili: è un carnevale vivo, la gente ci crede».

BALLO CON LA GENTE. Lasciamo Sassari sabato 6 febbraio. Andiamo ad Orani: è in programma una sfilata di maschere. Corriamo lungo la 131: «La Sardegna ricorda Majorca, però Majorca è più aggredita dal turismo, come in Costa Brava. Spesso è un turismo screanzato, chiassoso e molesto». Orani le piace, è contenta: «Ho lavorato bene, non c’erano troppi fotografi e, anche se alcuni stavano troppo addosso alle maschere, tutti erano rispettosi, educati. Una giornata piacevole, di festa». A fine sfilata balla con la gente. E' colpita da due vivaci anziani: un improbabile sindaco e un gigantesco prete in gonnella, cappello a falde larghe, al collo un rosario di salsicce. Ceniamo alla Locanda della Barbagia. «Ho fatto qualche buona fotografia, ma nessuna foto di Cristina», dice durante il pasto. Chiedo: «Com'è una foto di Cristina?». «Deve essere ironica, o triste, o dolente, oppure tenera. O una mescola di tutto questo, qualcosa di esperpentico». «Che vuole dire?». «E' un termine letterario che definisce un genere, creato da Ramon del Valle Inclan. Si potrebbe dire grottesco, ma è differente. Fellini e Buñuel sono esperpentici, Berlanga lo è».

AUSTERA BELLEZZA. Il giorno dopo andiamo ad Ottana. Boes e merdules hanno sfilato ad Orani: è rimasta colpita da quelle maschere. Ed è colpita dall'austera bellezza di San Nicola. Sale la scalinata con fatica. A fianco dell’altare c'è un San Sebastiano, con due arance ai suoi piedi. Lo fotografa ripetutamente, da più angolazioni. «Mi piace San Sebastiano!». Dopo un buon pasto veloce, consumato in un punto di ristoro, via a Mamoiada. I Mamuthones la affascinano, li conosce da anni e desidera fotografarli. Ma muoversi è impossibile, la folla sgarbata dei turisti tracima, il servizio d'ordine è in affanno.

SMARTPHONE E TABLET. I Mamuthones sono perennemente circondati da un muro di fotocamere, videocamere, telefonini e tablet. Racconto a Cristina la mia prima volta a Mamoiada, nel 1991, per Sant’Antonio. Due fotografi: io e l’amico Peppe Onida. Raffaele Ballore, mamoiadino, impugnava invece un’enorme videocamera. Da un fuoco all’altro i Mamuthones si spostavano danzando, maschera lignea sul viso. Li seguivamo in pochi: noi, Raffaele, dei bambini e Giannetto. Non c’era il museo delle maschere, c’era l'odore e il respiro del rito. Non c’è più: lo sanno tutti quelli che possono saperlo. Resta il simulacro, che ha il suo valore, anche “commerciale”, e va bene. Ma stiam parlando d’altro. Dice Cristina: «Dovevo venire allora».

Cade fitta la pioggia, rientriamo a Sassari. Martedì decidiamo per Bosa: festa, attitidu, bambole, vino rosso, falli, balli, frittelle e malvasia, lazzi e pazzi. Cristina è felice, lavora e restiamo sino a sera, quando tutto si tinge di bianco.

ARANCIATA E COCA COLA. Merculis de lessia, mattino presto: partiamo in tre per Olzai. Con noi c’è Nanni Angeli, che della Rodero, nel 2003, ha organizzato l’unica mostra esposta in Sardegna, “España oculta”, presentata a Palau, al festival “Isole che parlano”. A Olzai mercoledì regnano Sos Intintos, che fanno un funerale vagabondo a Zuvanne Martis Sero. Gli Intintos quest’anno sono giovanissimi, alcuni son bambini e bevono aranciata e coca cola. E’ una bellissima giornata, Olzai è un bellissimo paese, ma il tempo scorre, vogliamo andare ad Ovodda. Questo non piace a Sos Intintos. Arriviamo ad Ovodda alle tre. È il caos: festa sfrenata, animale, densa. Anche rischiosa. Al principio ho un incontro ruvido con un giovane ubriaco. A Cristina tingono il viso e le lenti degli occhiali. Lei cinguetta ai suoi allegri carnefici: «Sto lavorando». Pulisce le lenti e parte. Dice: “È Carnevale vero, è Dioniso».

I GRANDI FUOCHI. «Sa festa e sa nostra», dice Gianfranco: vuole portarci a casa e regalarci una pancetta. Restiamo sino allo spericolato rogo di Don Conte. Ci dirigiamo verso l’auto. Dalla sua casa ci vede Renato Lai, ci raggiunge con la sorella Chiara. Ci invitano a casa per la cena. Rifiutiamo, vogliamo partire. Renato dice: «Mia sorella vi vuole offrire un dolce». Accettiamo. Il loro culto dell’ospitalità è naturale. Non c'è atteggiamento, ti accolgono come bevono l’acqua o il vino. Quando andiamo Renato ci accompagna. Cristina, esausta, ci chiede di andare a prendere la macchina. Aspetta per strada con Renato. Il giorno dopo parte per Madrid. Oggi è già a Mosca: inaugura all’Istituto Cervantes “Con la boca abierta”, la sua ultima mostra. Mi ha regalato il catalogo. Lasciandomi a bocca aperta.

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