Strage di Tempio ergastolo per Frigeri
Per il gip non ci sono dubbi, l’uomo ha sterminato la famiglia Azzena L’antennista uccise Giovanni, la moglie Giulia e il piccolo Pietro, di 12 anni
INVIATO A TEMPIO. L’ergastolo, la pena più grave prevista dal nostro codice penale, è stato inflitto ieri all’antennista di Tempio Angelo Frigeri, 35 anni, colpevole d’aver sterminato, senza una apparente ragione, la famiglia Azzena: Giovanni, la moglie Giulia Zanzani e il loro figlioletto di 12 anni, Pietro. Un triplice delitto compiuto il 15 maggio del 2014, in un attico di via VillaBruna, nel centro storico di Tempio. Una strage senza movente sul quale accusa e difesa hanno giocato, sul tavolo del gip Vincenzo Cristiano – che ha giudicato l’imputato con rito abbreviato – le loro carte per raggiungere due obiettivi opposti, inconciliabili. La condanna, giunta dopo che il pubblico ministero Angelo Beccu aveva elencato, nella sua requisitoria, la montagna di prove fisiche, informatiche, genetiche, testimoniali e peritali che volevano Angelo Frigeri dentro l’appartamento degli Azzena, a commettere in perfetta solitudine un eccidio ancora inspiegabile, cosciente di quanto stava commettendo. Dall’altra parte le richieste difensive avanzate ieri dal difensore, l’avvocato Giampietro Cocco che, invocando per il suo assistito la seminfermità mentale riscontrata dal consulente di parte, la psichiatra Veronica Dessì, ha chiesto sedici anni di reclusione, da scontare un una struttura sanitaria assistita. Gli stessi argomenti che saranno alla base dell’appello contro la sentenza, un ricorso già annunciato dal difensore di Angelo Frigeri non appena saranno rese note le motivazioni che hanno portato il gip a sentenziare l’ergastolo.
Che Angelo Frigeri – ieri, nel carcere di Bancali a Sassari, ha accolto con freddezza la sentenza di condanna –, fosse il responsabile di quella assurda mattanza era apparso chiaro poche ore dopo l’eccidio, quando i filmati della telecamera posizionata in via Villamarina, dove la coppia trucidata gestiva un negozietto di scarpe per bambini, vennero visionati dagli investigatori. Nel vicoletto di via Villabruna, dove situato l’ingresso dell’appartamento della strage, era entrato soltanto Angelo Frigeri e le sue tre vittime. E la conferma arrivò con le tracce di Dna dell’imputato sparse all’interno dell’appartamento, sui cavetti con i quali aveva strangolato, dopo averli tramortiti, marito e moglie e sul giubbotto nel quale era rimasto impressa – come nel pietoso velo della Veronica – l’innocente impronta facciale (Dna) del piccolo Pietro, il quale fu soffocato da Angelo Frigeri stringendoselo al petto. Un delitto d’impeto, sfuggito di mano all’antennista di Tempio il quale, con lucida freddezza, si impossessò delle carte di credito della vittima, prelevò danaro contante dalla vicina sede dell’ex Banco di Napoli e, recuperata la sua fiammante Golf nera in uso alla coppia appena assassinata, se ne andò a mangiare una pizza al mare con la sua nuova fiamma, una ragazza di Calangianus ignara d’avere a che fare con un omicida. La serie di versioni che Angelo Frigeri, una volta messo alle strette, cominciò a fornire agli inquirenti – il sostituto procuratore della Repubblica Angelo Beccu, che ha condotto l’intera indagine, e il capo della Procura di Tempio Domenico Fiordalisi – inguaiò per diversi giorni un magliaro napoletano e un bombolaio di Tempio, indicati dall’imputato come gli autori materiali della strage alla quale lui era stato “costretto” a partecipare nel solo ruolo di uomo addetto a ripulire la scena del delitto. Nella quale il sangue delle vittime e il Dna di Angelo Frigeri erano un tutt’uno, secondo le risultanze dei carabinieri di Sassari. «Il bambino ha pagato le colpe del padre», scrisse Angelo Frigeri. Parole che bruciano come un getto d’acido sulla pelle dei familiari.
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