Le accuse del pm: agivano nell’impunità
Lunedì gli interrogatori, il primo a essere sentito sarà il direttore Randazzo Secondo i magistrati nel centro Aias c’era un clima di totale omertà
CAGLIARI. Ma perché non li hanno arrestati? È la domanda che circola con insistenza, dopo che i video registrati dai Nas hanno mostrato al mondo quanto avveniva nel reparto di psichiatria e riabilitazione del centro Aias di Decimomannu e dopo che il pm Liliana Ledda aveva richiesto la custodia domiciliare per gli operatori coinvolti nelle violenze. La potenza delle immagini e l’indignazione conseguente devono però fare i conti con la procedura penale, che il gip Giampaolo Casula ha dovuto applicare alla lettera. Prima di tutto l’accusa: maltrattamenti - le lesioni personali sono contestate solo a due degli indagati - un reato che prevede una pena da due a sei anni di reclusione. Nessuno dei quattordici sott’accusa ha precedenti penali - Vittorio Randazzo è indagato per i fondi ai gruppi, ma non ha condanne - quindi tutti hanno diritto alle attenuanti generiche. Non solo: ad aprile del 2015 è stato approvato il disegno di legge sulle carceri, che obbliga i magistrati a scegliere misure cautelari alternative al carcere ogni qualvolta siano sufficienti a prevenire il ripetersi del reato. È esattamente il caso del procedimento Aias: sospesi dal servizio, il direttore Vittorio Randazzo e i tredici dipendenti indagati non potranno più nuocere per il tempo stabilito, da sei a mesi. A meno che - ipotesi realistica - qualcuno di loro vada a lavorare altrove. In questo caso il pm Ledda dovrebbe rivolgersi ancora una volta al gip, che a sua volta firmerebbe una nuova ordinanza di sospensione.
Gli esami. L’inchiesta giudiziaria è però tutt’altro che conclusa. Lunedì il gip Casula aprirà il valzer degli esami di garanzia: il primo della lista dovrebbe essere Randazzo, la cui posizione è diversa dalle altre. Se i dipendenti devono rispondere dei maltrattamenti - schiaffi, spintoni, violenze verbali e ingiurie - per il pm Ledda il direttore avrebbe la colpa di non aver vigilato sull’attività della responsabile Sandra Murgia per impedire che i disabili ospiti del centro di Decimomannu si trasformassero da pazienti in vittime. Ma Randazzo sapeva o non sapeva? Dovrà spiegarlo al giudice, così come gli altri saranno chiamati a giustificare azioni che ad occhio e croce sembrano ingiustificabili.
Omertà totale. Di certo tutto avveniva in un clima di totale omertà, un clima che coinvolge anche Randazzo. Scrive il gip Casula nell’ordinanza depositata lo scorso 2 febbraio che gli operatori godevano di uno stato di impunità. Tant’è che nel caso del paziente pestato il giudice sostiene: «Appare evidente come vi sia stata da parte della direzione del centro Aias di Decimomannu e anche della direzione centrale Aias di Cagliari, nella persona del direttore amministrativo Vittorio Randazzo, il quale ha promosso e seguito il procedimento disciplinare nei confronti dell'infermiere e dell'educatrice, l'intenzione di nascondere ai familiari del paziente quanto accaduto, precludendo loro l'esercizio dei diritti spettanti alla parte offesa, incapace di intendere e volere».
La responsabile. Mentre sulla posizione di Sandra Murgia il gip osserva: «Non v'è dubbio che abbia costantemente tollerato le condotte illecite dei dipendenti sui quali invece avrebbe dovuto vigilare. Tale atteggiamento spesso di inerzia e talvolta anche di protezione verso i colpevoli, ha avuto l'effetto di incoraggiare i comportamenti violenti verso i pazienti. In un simile contesto, gli operatori hanno potuto contare su una sorta di impunità».
Trattamenti indulgenti. Secondo il Gip «i responsabili potevano contare su trattamenti indulgenti visto che soltanto nei casi più gravi nei confronti dei colpevoli sono stati adottati provvedimenti di sospensione dal servizio per qualche giorno». Aggiunge Casula: «Anzi, proprio i dipendenti che avevano osato segnalare i fatti, spesso hanno dovuto subire conseguenze e rimproveri». Per il giudice «colpisce particolarmente l'indifferenza espressa con inutile severità e mortificazione tali da incidere non meno dalle azioni di reale violenza sulla qualità della vita delle persone offese, contraddistinta da quotidiani atti commissivi (sgridate, rimproveri, frasi offensive della dignità della persona, percosse anche particolarmente violente) ed omissivi (mancanza di igiene, pazienti lasciati inermi per terra o nudi in totale promiscuità in attesa di una doccia) producenti gratuite umiliazioni e durevoli sofferenze psicologiche nei pazienti», persone già sofferenti per il loro stato di salute, prive di qualsiasi difesa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
