I sindaci: il sistema del welfare va rifondato
No al taglio di 32 milioni, ma adesso è indispensabile un monitoraggio severo sui contributi
CAGLIARI. La spesa sociale, oltre a quella sanitaria, è il vero campo di battaglia della Finanziaria. Da più parti è arrivata la denuncia di un «taglio lineare» intorno ai 32 milioni e il che vorrebbe dire far saltare in aria il welfare regionale. Il caso è stato sollevato anche dall’Anci e dalle associazioni che raggruppano i Comuni. «Quel finanziamento – ha detto il presidente Pier Sandro Scano – dev’essere ripristinato subito ma rimettere i soldi non basta: è il sistema del welfare che va rivisto dall’inizio alla fine». Comunque il conto sui milioni in meno è presto fatto. Cinque sono stati alle non autosufficienze altri 5 agli handicap gravi, 17 sono stati negati alle cosiddette leggi di settore. E ancora: quattro ai piani provinciali e due alle politiche per l’integrazione sociosanitaria. Però la madre di tutti i problemi è un’altra: «Certo, siamo la quarta regione in Italia – ha aggiunto Scano – per spesa sociale pro-capite. La nostra media è intorno ai 229 euro, quella nazionale la metà e nel Mezzogiorno non supera i 51 euro. Dunque, i soldi ci sono, ma sono spesi male se, come sappiamo, continua essere inefficiente». Ecco allora la proposta: «Mettere intorno allo stesso tavolo Regione, Comuni e parti sociali per riscrivere le linee guida degli interventi sociali e socio-sanitari ed evitare gli sprechi». Già un anno fa era stato annunciato dall’assessorato alla Sanità l’avvio di un «monitoraggio stringente per censire chi ha i contributi e perché li incassa». Ma il progetto setaccio, indispensabile anche per scoprire eventuali abusi o doppioni, è rimasto fermo in qualche cassetto. «Oggi – ha detto Salvatore Sanna – l’operazione pulizia è ancora più necessaria viste le scarse risorse a disposizione e l’aumento considerevole degli assistiti». Serve un filtro a monte e il primo potrebbe essere quello del reddito. «Non è pensabile – è stato detto dall’Anci – che il contributo sia lo stesso, seppure per una patologia importante, se il paziente dichiara un reddito di 70mila euro o 15mila. Questo è un meccanismo irresponsabile e inefficace che va rivisto quanto prima soprattutto perché nega i diritti alle fasce più deboli. Noi siamo pronti a sederci subito intorno a un tavolo per riformare il sistema». Allo stesso tempo dovrà esserci anche una profonda modifica del ruolo dei Comuni. «I sindaci – ha detto Rodolfo Cancedda della Consulta degli Enti locali – non possono continuare a essere solo dei passacarte che ricevono l’elenco degli assistiti dalla Regione e girano i contributi. No, devono essere i Comuni a gestire la spesa speciale soprattutto dopo che la riforma degli Enti locali ha ridistribuito le competenze».
Nei giorni scorsi, anche la Legacoop ha sollevato il caso. «Il sistema così com’è non va – è stato detto in un seminario su sanità e servizi sociali – Oggi dalla Regione ci aspettiamo regole alternative agli appalti e in cui i principi siano quelli della competenza, della qualità del servizio e la tutela dei posti di lavoro. Il vecchio sistema di accreditamento è del 2000 e da allora nulla è cambiato. Anzi, è peggiorato».(ua)
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