Per ogni ospite la struttura incassa 3200 euro
Gli inquirenti valutano la posizione di altri due operatori, potrebbero arrivare nuovi provvedimenti
CAGLIARI. Il video che documenta le violenze subite dai disabili ricoverati nel centro Aias di Decimomannu è un riassunto in breve di quel che i carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria della procura e del Nas hanno registro in un mese di telecamere nascoste nel secondo piano “Psichiatria e riabilitazione”. Il pestaggio cui si assiste all’inizio non dura i pochi secondi del video messo in circolazione dai carabinieri: va avanti esattamente per dodici minuti durante i quali l’uomo a terra preso a calci da tre operatori urla disperatamente, i tre si accaniscono e uno di loro in particolare gli grida «ne vuoi ancora? eh? ne vuoi ancora?».
L’inchiesta va avanti e non solo con gli interrogatori che cominceranno lunedì prossimo. Altre carte sono state acquisite dai carabinieri e nuove testimonianze andranno a ingrossare il faldone raccolto dagli inquirenti. Perché ci sono ancora dubbi sulla posizione di due operatori che non sono entrati in questo primo giro di provvedimenti (la sospensione dal servizio). La donna che si vede mentre dà un calcio a un’inerme paziente seduta non è stata sospesa dal servizio e così un altro che non gode di buona reputazione anche se non sembra coinvolto nel regime manesco instaurato nel disperato secondo piano. Ieri a Decimomannu durante l’assemblea dei familiari è stato possibile raccogliere informazioni su alcune regole vigenti nel centro Aias che gettano una luce ancora più sinistra sulla terribile “fotografia” che si è mostrata ai carabinieri la mattina del 16 aprile 2015 quando dopo un mese di intercettazioni ambientali hanno fatto il blitz nel centro. I carabinieri, è ormai noto, hanno trovato uomini e donne nudi, in fila davanti al bagno, in attesa della doccia e poi, una volta lavati, tutti venivano asciugati con un unico asciugamano e questo nonostante ogni stanza abbia un bagno e negli armadi ci sia un numero adeguato di asciugamani (secondo la testimonianza dell’operatrice che nell’ottobre 2014 presentò la denuncia contro alcuni colleghi). Quel che aggiunge indignazione a questo quadro è ciò che alcuni familiari ieri hanno raccontato: i parenti sono tenuti a fornire al centro saponi, dentifrici, biancheria intima e indumenti per i loro congiunti. Ieri alcuni familiari hanno dichiarato che non una volta soltanto è successo che gli indumenti nuovi siano spariti. Una donna ha raccontato di aver trovato il fratello con una camicia femminile.
Per ogni paziente si paga una retta: una parte versata dalla Regione, un’altra dal Comune e una terza, a seconda del reddito, dalla famiglia. C’è chi versa 900 euro, chi 1.600 chi 1.200, altri che non hanno il reddito sufficiente poco o nulla e la cifra totale mensile di circa 3.200 euro per ciascun paziente, in questi casi, viene versata interamente dalla mano pubblica. Ieri Asarp (Associazione per la riforma psichiatrica) e Centro Down di Cagliari hanno chiesto alla Regione due cose: quali siano i criteri di accreditamento e quanto efficaci siano i controlli pubblici sulla gestione dei pazienti. (ha collaborato Luciano Onnis)
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