La Nuova Sardegna

«Un modello indipendente salverà i media dalla crisi»

di Angiola Bellu
«Un modello indipendente salverà i media dalla crisi»

Un saggio dell’economista francese Julia Cagè sullo stato dell’informazione La cooperativa pura non funziona, la soluzione è un nuovo tipo di azionariato

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MILANO. Libertà di informare e informarsi: oggi abbiamo l'impressione di poterne usufruire più che mai, mentre i media e il giornalismo sprofondano. L'informazione però è un bene pubblico. Senza informazione libera non c'è neanche libertà di pensiero, libertà politica. Julia Cagè, professore di Economia presso l'Università Sciences Po a Parigi, è autrice del saggio Salvare i Media (Bompiani) in cui ha esposto un'interessante indagine sullo stato di salute dei mezzi di comunicazione in Europa e in Usa, per proporre nuovi modelli in grado di garantire un'informazione indipendente e di qualità: urgenza non trascurabile per tentare di ribilanciare i poteri democratici in crisi.

Da dove nasce il paradosso che lega l'aumento delle possibilità di informare alla scarsa qualità dell'informazione contemporanea?

«I media oggi sono troppi e si assiste ad un enorme aumento della concorrenza. Già negli anni Venti, con l'avvento della radio negli Usa, i giornali non volevano pubblicare i programmi radiofonici perché la ritenevano un concorrente ingiusto. Più tardi è stata introdotta la pubblicità in Tv e i giornali si sono opposti. Oggi la pubblicità e l'informazione sono sulla carta, sui blog, sui siti internet, nelle Tv. Ogni mezzo, preso individualmente, ha molti meno introiti pubblicitari. Meno soldi vuol dire meno giornalisti in redazione».

Per quale motivo i giornali sono diventati preda dei grandi industriali?

«Indebolendosi economicamente hanno dovuto trovare capitali. Così i miliardari sono riusciti a rilevare prestigiose testate a prezzi bassissimi. Il trend si rafforzerà se non si interviene. I grossi industriali per poco prezzo possono comprare importanti strumenti di influenza».

Nel suo libro lei sostiene che il modello cooperativistico puro non funziona.

«Quando si fanno utili, è più allettante versare una tredicesima che accantonare per i prossimi investimenti: le cooperative proprietarie di giornali, in Usa, Francia, Italia, non hanno costituito riserve e quando hanno avuto bisogno di capitali hanno dovuto rivolgersi altrove. L'unico media sopravvissuto sotto forma di cooperativa in Francia è Alternatives Économiques, mensile indipendente, che nello statuto si impegnava a reinvestire un terzo dei dividendi. Dalle mie ricerche emerge che la cooperativa pura di per sé - una testa, un voto - indipendentemente dall'apporto in capitale, è troppo estrema. Bisogna tener conto dei conferimenti: chi dà un po' di più deve avere un peso un po' maggiore. Per l'indipendenza invece non funziona la situazione opposta: tutto il capitale uguale tutto il potere. Serve una via di mezzo ».

Se dovesse proporre una legge sull'informazione domani?

«In Francia esiste, dal 1940, la clausola di cessione: quando subentra un nuovo editore un giornalista può andarsene a condizioni molto vantaggiose. Oggi i giornalisti non usufruiscono di questa clausola perché non c'è lavoro altrove. Bisogna prevedere forme forti di regolazione dei giornalisti perché non sono più in grado di negoziare da soli la loro indipendenza. Ci deve essere un comitato etico con rappresentanti dei giornalisti, degli azionisti del governo che si riuniscono e definiscono un numero di regole deontologiche che regolino tutti i media. Oggi in Italia i giornalisti con vecchi contratti sono tutelati, gli altri no. Ci sono giornalisti di serie A e B rispetto alle tutele non rispetto alle capacità professionali. I dati dell'Ordine dei giornalisti in Italia mi hanno colpito molto: ci sono meno giornalisti rispetto a coloro che si dichiarano tali. L'Ordine non deve essere chiuso ma deve dire che chi esercita la professione deve essere pagato per il suo lavoro. Chi lavora gratis sega il ramo sul quale sta seduto. C'è già un intervento a favore dei giornali in Italia: l'Iva al 4%. Come controparte il giornale dovrebbe essere prodotto per il 90% da giornalisti con tesserino. Il suo modello: maggiore tutela, libertà intellettuale e democrazia. I sondaggi dicono che i lettori non hanno più fiducia nei giornali perché non sono indipendenti. Al lettore bisogna dire: c'è una scelta, puoi contribuire alla creazione di media indipendenti».

Azionariato popolare quindi?

«Se si vuole creare qualcosa di più importante bisogna trovare investimenti esterni. Per un grosso media ci vorrà un azionariato fatto da giornalisti, uno da lettori e il ricorso ad azionisti con grandi capitali. Al di là del 10% del capitale, i diritti di voto aumentino solo di un terzo se fatti conferimenti aggiuntivi. Al di sotto del 10% i diritti di voto devono aumentare più che proporzionalmente. Anche se un azionista esterno mette il 60% del capitale non sarà l'azionista di maggioranza: ci sarà un contro-potere dei lettori e dei giornalisti».

Come attirare il finanziatore spiegando che non sarà di maggioranza?

«Con vantaggi fiscali, innanzitutto. I grandi finanziatori sono consapevoli del crollo di fiducia dei lettori, quindi sanno che bisogna dimostrare ai lettori che il giornalista è indipendente. Giornalisti e lettori devono avere un seggio nel Cda anche se di ultra minoranza. Per funzionare, l'indipendenza deve essere 'visibile'. Il governo, se un giornale non si impegna in questo senso, dovrebbe togliere entro 6 mesi L'Iva ridotta. Gli investitori dicono di investire nei media per passione: questo è un modo per metterli alla prova».

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