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Aias, ecco il regno dei Randazzo: l’assistenza è un affare di famiglia

di Silvia Sanna
Aias, ecco il regno dei Randazzo: l’assistenza è un affare di famiglia

L’associazione creata quasi 50 anni fa dal capostipite Bruno, che ha dato vita anche alla Fondazione Un’organizzazione con 1400 dipendenti e 52 strutture gestita prevalentemente con fondi pubblici

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SASSARI. L’Aias in Sardegna è un “affare di famiglia”: nata nel 1967 come costola dell’associazione nazionale, è una creatura di Bruno Randazzo. Originario di Aritzo, una vita trascorsa a Cagliari dove morì nel 2012, è stato lui nel 1967 a promuovere l’apertura delle strutture destinate all’accoglienza di persone disabili e non autosufficienti. Trent’anni dopo, nel 1997, è stata invece costituita la Fondazione Stefania Randazzo, intitolata alla figlia di Bruno, che sino alla morte ha ricoperto la carica di presidente. Aias e Fondazione sono una cosa sola: “un’unica grande organizzazione locale”, si legge nel sito, che nell’isola è presente in tutte le province con 49 centri Aias e tre Rsa che fanno capo alla Fondazione. Un impero che conta poco meno di 1400 dipendenti e assiste circa 3mila persone, tra cui 1300 anziani. Il sistema Aias-Fondazione Randazzo rappresenta un punto di riferimento importante nell’ambito dell’assistenza socio sanitaria nell’isola con una media di prestazioni giornaliere che oscilla tra 1150 e 1400, per un totale di 420-500mila all’anno: tutte rimborsate dalla Regione, dalle Asl, dai Comuni e in parte dai privati.

La bufera giudiziaria. Le immagini choc riprese dalle telecamere a Decimomannu, con i pazienti maltrattati, picchiati e offesi da alcuni operatori, hanno riacceso i riflettori su una associazione che non è mai stata immune dalle polemiche. E già protagonista di una vicenda giudiziaria clamorosa agli inizi degli anni Duemila: il fondatore Bruno Randazzo fu arrestato e condannato a due anni e mezzo di carcere per un giro di appalti sospetti. La Cassazione, nel 2007, annullò la condanna. Da allora, sono state diverse le segnalazioni da parte di familiari di pazienti e di associazioni che tutelano i diritti dei malati, secondo le quali il livello di assistenza offerto non sarebbe sufficiente, a causa di strutture inadeguate e di personale non selezionato con attenzione.

Le proteste dei dipendenti. Sono frequenti: anche lo scorso autunno i dipendenti dei centri Aias del Cagliaritano protestarono a lungo perché gli stipendi non arrivavano da mesi. Feroci gli attacchi alla famiglia Randazzo che “nonostante i puntuali accrediti da parte della Asl”, dissero i rappresentanti sindacali, non garantiva i compensi ai lavoratori.

Il sistema Randazzo. L’associazione è cresciuta velocemente, con un boom evidente in particolare tra gli anni Ottanta-Novanta. A tenere le redini la famiglia Randazzo, il capostipite Bruno sino al 2012 e con lui i quattro figli: Anna Paola, Alessandra, Vittorio e Alberto. Tutte le strutture sono accreditate presso la Regione: significa che ricevono una certa somma per ogni prestazione erogata, con cifre variabili sulla base della quota versata dal paziente (o dal Comune) e del tipo di servizio offerto. Solo per Rsa e riabilitazione socio-sanitaria la Regione stanzia ogni anno 25 milioni di euro, altri 104 vengono distribuiti tra le associazioni, tra cui l’Aias, sulla base della legge 162 per l’assistenza ai disabili gravissimi. Ci sono poi gli oltre 12 milioni destinati ai centri per pazienti affetti da disabilità mentale. Il sistema funziona così: la Regione autorizza gli accrediti sulla base di una serie di requisiti e gira i fondi alla Asl. Sono poi le aziende sanitarie a stipulare i contratti con le associazioni e a versare gli importi dovuti.

Strutture e appalti. Nell’Aias, proprio per l’alto numero di centri e di prestazioni fornite, passa una quantità di denaro impressionante. Che, dal primo all’ultimo euro dovrebbe essere utilizzato per l’assistenza ai pazienti, essendo l’Aias un’associazione no profit. Attraverso la Fondazione Randazzo, l’Aias nell’isola ha promosso l’apertura di numerose strutture e la realizzazione di altre che non sono mai state utilizzate: è il caso del polo per la riabilitazione di Bono, in Goceano, ultimato e ancora chiuso, e di quello di Olmedo, nel quale i lavori si sono interrotti nel 2008, lasciando in eredità un ecomostro che la Fondazione non riesce a vendere. Sono solo alcuni dei beni appartenenti alla Fondazione Randazzo, in parte acquistati con atto di compravendita e in parte ceduti a titolo gratuito: tra stabili, terreni agricoli o utilizzati come pascolo l’elenco è molto lungo.

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