«Estranei alla bancarotta Sept»
La difesa di Ugo Cappellacci e dell’avvocato Dionigi Scano davanti al tribunale
CAGLIARI. L’acquisto della Simeone srl non è servito a dissipare il patrimonio della Sept Italia ma a recuperare un credito che altrimenti si sarebbe perso: a giudizio per concorso in bancarotta fraudolenta, l’ex governatore Ugo Cappellacci e l’avvocato civilista e docente universitario Dionigi Scano hanno accettato il confronto in tribunale con il pm Giangiacomo Pilia e hanno respinto con forza l’accusa di aver agito come amministratori dell’industria di vernici Sept in favore dell’allora sindaco Marco Simeone, titolare di entrambe le società, finito in carcere per dieci mesi con 26 capi d’imputazione per bancarotta. Per la Procura la dissipazione è legata al fatto di aver firmato come consiglieri delegati della Sept, il 28 dicembre 2001, l'atto d'acquisto della Simeone srl senza l'autorizzazione del consiglio di amministrazione e in contrasto con l'impostazione della società, la cui assemblea appena qualche anno prima - il 16 aprile 1999 - aveva certificato come l'isola di San Pietro non fosse strategica per il business aziendale. Secondo il pm Pilia quell'atto configurava un evidente conflitto di interessi perché i proprietari della Simeone srl erano anche soci e amministratori di Sept e si sarebbero dovuti chiedere se l'operazione fosse conveniente. Al contrario - sostiene il pm - l'operazione portata a termine con la firma di Cappellacci ha comportato «un notevole impegno sul patrimonio sociale senza alcuna prospettiva di vantaggio per la Sept». La conferma sarebbe nelle cifre indicate dal curatore fallimentare: la società madre di Simeone si è accollata debiti della Simeone srl per 746 milioni di lire più un mutuo ipotecario di 255 milioni di lire lasciando circa 80 mila euro di cassa all’ex sindaco. Il danno complessivo sarebbe di 127.077 euro.Ma per Scano e Cappellacci – difesi da Guido Manca Bitti - la storia va letta in modo totalmente diverso: «Nel 2001 la Sept era un’azienda modello - ha sostenuto il civilista - con 145 dipendenti e un fatturato in crescita del 90 per cento». C’era un credito di 452 mila euro da recuperare e a decidere per l’acquisizione della società debitrice «fummo io e Cappellacci proprio perché eravamo i soli due amministratori indipendenti dalla famiglia Simeone». Alla Sept passarono due aree non edificabili nell’area urbana portuale di Carloforte, che per i due imputati avevano un notevole valore: «Nessuna sopravvalutazione - ha spiegato Cappellacci - era ragionevolmente certo che, considerata la posizione, sarebbero diventate edificabili. Se poi questo non è avvenuto, noi non potevamo prevederlo. La nostra fu una scelta fatta sull’aspettativa di risultato». In effetti fu proprio Simeone, nelle vesti di sindaco di Carloforte, a renderle edificabili con il nuovo piano urbanistico. Ma successivamente il Tar bocciò lo strumento di pianificazione, riportando le superfici al valore iniziale. Ma questo non significa, hanno sostenuto Scano e Cappellacci, che da parte loro ci fosse un interesse illegittimo a realizzare l’acquisto: «Perizie del 2003 e del 2007 - ha detto Scano - hanno assegnato a quelle aree un valore superiore al mezzo milione di euro. Il consulente Aldo Vanini ha dichiarato qui in tribunale che il valore era di 608 mila euro. Quindi non c’è stato danno, l’operazione era conveniente. Ci sentiamo offesi - ha detto polemicamente Scano - ad assere accusati di aver compiuto un atto avventato, in realtà era il solo da fare in quel contesto».
Con Simeone, Cappellacci e Scano sono imputati a vario titolo sette persone. Il 14 aprile il collegio presieduto da Massimo Poddighe esaminerà l’ex sindaco di Carloforte.
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