«Colpi sparati ad altezza d’uomo, vivi per miracolo»
Il racconto dei vigilantes: «Un inferno, non finiva più» «Lotta impari: avevano i kalashnikov, noi fucili a pompa»
SASSARI. «E poi ci trattano da guardie di serie B. Forse adesso la gente avrà capito che quelli che più spesso rischiano la pelle siamo proprio noi. E per quanto? Per 1500 euro e 2000 euro se sei graduato e stai in sala conta». La voglia di sfogarsi è tanta, ma i vigilantes della Mondialpol devono tenere le bocche cucite: ordini dall’alto, altrimenti scatta il licenziamento. Trovare uno disposto a raccontare l’inferno di lunedì è un’impresa.
Il racconto. «Quelli sono entrati per fare male. Non sparavano in aria, i colpi erano ad altezza d’uomo. Non finivano più. Hai voglia di frequentare corsi di addestramento: quando ti trovi in mezzo a un inferno di fuoco come quello agisci solo d’istinto. E l’istinto ti dice di salvarti la vita. È solo per un miracolo che non ci sia scappato il morto. Cinque minuti di sparatoria sono un’eternità. La nostra fortuna è di non esserci trovati faccia a faccia con i rapinatori, perché quelli hanno fatto irruzione sparando all’impazzata, mettendo subito in chiaro le cose: qui siamo disposti a tutto».
Le armi. «Abbiamo delle armi semiautomatiche, una calibro 9 e un fucile a pompa. Ma loro avevano i kalashnikov, fucili da guerra che trapassano i giubbotti antiproiettile. Basta vedere come hanno crivellato i muri. I buchi sembrano fatti da palle da tennis. Poi qualcuno di noi ha reagito d’istinto, a volte l’adrenalina prevale. E dalle finestre ha risposto ai colpi. Ma la discrepanza nella potenza di fuoco era talmente tanta che non c’era storia». «Erano un commando militare e organizzatissimo. Secondo me non si aspettavano nemmeno una reazione da parte nostra. Forse pensavano ci fossero meno guardie: ma era un giorno particolare, l’indomani si pagavano le pensioni. Lo sapevano e potevano immaginare che il personale era in più. Anzi, a dirla tutta eravamo anche troppo pochi. Perché quando custodisci una trentina di milioni forse le precauzioni dovrebbero essere maggiori. Più uomini dentro e soprattutto più uomini a sorvegliare l’esterno».
«Bene informati». «Sapevano bene come muoversi. Erano consapevoli che nel caveau non c’è modo di entrare, perché stiamo parlando di pareti d’acciaio spessissime e dispositivi di sicurezza a tempo impossibili da violare. Ma alla sala conta era possibile accedere. E loro sono stati abilissimi nell’irrompere al momento giusto, quando c’era una marea di contanti che ancora non era stata reinserita dentro il caveau. A quel punto puoi fare tranquillamente la spesa. Imbusti e porti via».
«Fare gli eroi non serve». «Nei corsi ci hanno insegnato di evitare i conflitti a fuoco nei luoghi chiusi, soprattutto se le pareti sono blindate. I proiettili diventano palle da flipper impazzite, e uscirne vivi è solo questione di fortuna. E il commando, lo ribadisco ancora, aveva armi automatiche, ben più devastanti di quelle che abbiamo in dotazione noi. Chi si è rinchiuso nei bagni ha fatto solo bene, perché era inutile fare l’eroe. Ma anche chi ha risposto al fuoco ha fatto il proprio dovere. In quei frangenti fai ciò che ti senti, l’importante è non mettere a rischio la vita dei tuoi compagni. E questo non è avvenuto».
Assalto in diretta. «Le telecamere hanno sicuramente filmato tutto. Nella sala operativa centrale avranno visto in diretta l’assalto, perché la sala conta è una zona sensibile filmata 24 ore su 24. Anche gli allarmi sono scattati immediatamente, perché i dispositivi di sicurezza del nostro edificio sono collegati con le forze dell’ordine».
«I banditi sapevano bene della possibilità di un conflitto a fuoco con polizia e carabinieri. Perché in 10-15 minuti di azione il rischio di venire intercettati è altissimo. E la potenza di fuoco che hanno messo in campo contro di noi, a tratti anche esagerata, aveva tutta l’aria di essere anche un messaggio lanciato alle forze dell’ordine: siamo un esercito armato sino ai denti, siamo capaci di questo, e siamo disposti a tutto. E voi?»
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