Capoterra, intera comunita sotto choc per il tecnico sardo ucciso in Libia
Una fila ininterrotta di compaesani davanti all'abitazione della vittima. La famiglia pietrificata dal dolore sceglie di non parlare
CAPOTERRA. Otto mesi di speranza e di angoscia. Poi ieri il brutto colpo a sorpresa. Tutta una comunità, quella di Capoterra, stretta attorno alla famiglia Piano. Familiari e amici stretti sono subito tutti lì, nella casa di via Carbonia in un continuo via vai di facce piene di dolore e di lacrime. Il resto del paese dice: non è possibile. Il Comune di Capoterra nelle prossime ore proclamerà il lutto cittadino
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Perché tutti si aspettavano il lieto fine dopo tanta sofferenza. E invece no. La notizia si è diffusa in fretta, tra internet e giri di telefonate: a metà mattina tutti sanno già tutto. Il clan familiare non parla, chi visita l'abitazione dei Piano e poi scende le scale esterne e oltrepassa il cancelletto basso non tira fuori una parola. Una coppia cammina lenta, sguardo perso nel vuoto. Niente commenti, ma un gesto fin troppo eloquente: le mani nei capelli. I vicini guardano quella casa. E gli occhi si inumidiscono. «Pensavamo che finisse bene come per tanti altri ostaggi. Quando ho visto tante persone davanti alla casa ero convinto che fosse arrivata la buona notizia. E invece, purtroppo, era la peggiore delle notizie». Così Giancarlo Melis, un compaesano di Fausto Piano. «Chiedevano in questi mesi con molto tatto – racconta prima di chiudersi il cancello dietro le spalle – come stessero andando le cose. Ma anche i familiari ci dicevano di saper poco anche loro, forse per mantenere una giusta e doverosa riservatezza. Un grande dolore per tutti».
Il primo cittadino, Francesco Dessì, ha saputo tutto subito, anche lui. «Per noi è un dramma – ha detto – l'amministrazione comunale è vicina alla famiglia. Fausto? Una gran brava persona e un gran lavoratore». Fausto, uno che il lavoro è andato a cercarselo anche lontano. Da tanti anni faceva su e giù dalla Libia: nel paese del Nord Africa lavorava come supervisor per la società di costruzioni Bonatti.
Ma tutti a Capoterra, conoscevano lui e la sua famiglia. L'ultima rimpatriata in Sardegna risale a pochi giorni prima del suo rapimento: momenti di svago, giornate senza pensieri con parenti e amici. Poi la partenza, con il solito arrivederci. E invece il 20 luglio era arrivata la prima brutta notizia: rapito insieme a tre colleghi. Il paese, a quel punto, aveva deciso di seguire la stessa strategia della famiglia Piano: calma, riservatezza e speranza. C'era stata una commovente fiaccolata una decina di giorni dopo il rapimento: avevano partecipato al corteo dalla piazza di Chiesa alla casa di via Carbonia circa mille persone. Poi un educato silenzio. Con la comunità che sosteneva la famiglia con tatto, senza invadenza. «Profonda tristezza- spiega Gianni Farigu – quasi dirimpettaio della vittima – non ci aspettavamo certo questo epilogo».
Molto commosso Giuseppe Picci, un suo compaesano. «Chi l'ha ucciso è gentaglia – dice – non ci aspettavamo certo che finisse così. C’era molto silenzio intorno a questa vicenda forse per cercare di creare il clima più favorevole condurre meglio le trattative. Qui Fausto lo conoscevamo tutti anche se era partito da tempo. Me l'hanno appena detto: sono davvero addolorato». Intanto in via Carbonia, tra il sole che ogni tanto fa capolino tra le nuvole, qualche raffica di pioggia e tanto vento, regna il silenzio. Raffaele Cao, vicino di casa, ricorda tutti: Fausto, i genitori, i figli. «Una notizia terribile». E poi commozione e lacrime.
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