La Nuova Sardegna

Dal rapimento alla morte, 7 mesi di misteri

di Alessandro Pirina

Lacune nella testimonianza dell’autista che accompagnava i 4 tecnici la sera del sequestro

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SASSARI. L’arrivo in Africa, il rapimento, la banda di sequestratori, il tragico epilogo. Tante, troppe cose non tornano nella vicenda di Fausto Piano, Salvatore Failla, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno. Un mistero fitto iniziato il 19 luglio alle 21, quando i quattro tecnici italiani sono rimasti vittima di un agguato a pochi chilometri da Mellitah. Una dinamica sui cui fin dalle prime ore sono circolate più ricostruzioni. L’autista del furgone su cui viaggiavano aveva raccontato di un’auto che li avrebbe seguiti lungo tutto il tragitto per poi costringerli a fermarsi e deviare verso sud.

Il tragitto. Ma la testimonianza, riferita da Mustafa Sanallah, presidente e ad della National Oil Corporation, proprietaria della centrale di Mellitah in cui lavoravano i 4 tecnici, non convince del tutto. Un inseguimento dal confine tunisino - è da lì che erano partiti - presuppone che si trattasse di un sequestro pianificato. Cosa difficile da ritenere attendibile, perché fino a poche ore prima i meccanici si trovavano in Italia. Piano, fino al sabato, era a Capoterra, come raccontarono i familiari all’indomani del rapimento. Dunque, viene difficile pensare che il sequestro possa essere stato organizzato in poche ore.

L’autista. Non è neanche facile verificare l’attendibilità delle dichiarazioni dell’autista. Nessuno sa come sia entrato in contatto con Piano e i suoi colleghi e che tipo di accordo avessero preso per affrontare il viaggio dalla Tunisia alla città libica a 60 chilometri da Tripoli. Un tragitto ad alto rischio, tanto che lo stesso Sanallah espresse stupore per la scelta di «muoversi da soli in quelle aree e in un’ora in cui non lo facciamo nemmeno noi». Uno scenario su cui aveva espresso i suoi dubbi anche il Governo, che accusò l’Eni e la Bonatti di aver mandato i suoi dipendenti allo sbaraglio.

La telefonata. C’è poi un altro giallo che riguarda una telefonata che Gino Pollicardo fece alla moglie Ema da Tunisi alle 20 di domenica 19 luglio, subito dopo l’arrivo da Roma insieme ai 4 colleghi. «Mi disse che era arrivato – raccontò la donna –, ad attenderlo c’era la macchina e avrebbero fatto due ore di viaggio, accompagnati dalla scorta». Pollicardo parlò di due ore di viaggio, quando da Tunisi a Mellitah in realtà ci sono 654 chilometri con un tempo di percorrenza di 8 ore. E un’ora dopo, quando è avvenuto il rapimento, i quattro italiani si trovavano a 5 chilometri da Mellitah.

I sequestratori. Buio fitto anche sugli autori del rapimento. In Libia la situazione sul campo è molto caotica. Difficile distinguere tra gruppi criminali, milizie islamiste e Isis. Il governo di Tobruk, l’unico riconosciuto a livello internazionale, dichiarò di ignorare quale gruppo ci fosse dietro la vicenda, ma l’ambasciatore in Italia accusò in modo abbastanza esplicito la mafia degli scafisti di Zuwara per una possibile ritorsione dopo l’arresto di alcuni membri della loro organizzazione in Italia. Al Jazeera, invece, riteneva che i 4 italiani fossero finiti nelle mani delle milizie tribali filo Haftar.

L’atroce fine. Un mistero su cui, neanche dopo il tragico epilogo della vicenda, è stata fatta luce. Anzi, sarà necessaria l’autopsia per capire anche la dinamica dell’omicidio: dalle prime ricostruzioni, l’unica cosa sicura è che Piano e Failla sono morti durante uno spostamento nella zona di Sabratha, dove c’è stato un violento scontro a fuoco nel quale hanno perso la vita anche alcuni rapitori. Ma non è chiaro se i due tecnici della Bonatti siano stati giustiziati, usati come scudi umani, o colpiti durante l’attacco dei miliziani al convoglio su cui viaggiavano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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