Ex ostaggi in viaggio in mano agli italiani
Pollicardo e Calcagno consegnati ai servizi ma non i corpi dei compagni Oggi conferenza stampa a Sabratha, molti i punti oscuri della vicenda
ROMA. Non c’è nulla di chiaro, né di certo, nella storia del rapimento, della morte e della liberazione dei tecnici dell’impresa Bonatti sequestrati a luglio in Libia e riemersi dal pozzo nero del conflitto con destini diversi. Due di loro, Salvatore Failla e Fausto Piano, uccisi in circostanze oscure; gli altri due, Gino Pollicardo e Stefano Calcagno, provati ma salvi, sfuggiti ai rapitori con modalità tutte da chiarire. Nulla è certo, neppure la data del rientro in Italia dei morti e dei vivi, dato per sicuro nella giornata di ieri , e infine rinviato, probabilmente a oggi. «Hanno lasciato Sabratha attorno alle 21.30», ha fatto sapere ieri sera il presidente del Consiglio municipale di Sabratha, Hussein al-Zawadi, precisando che i due sono stati consegnati agli italiani. A Sbratha restano i corpi di Failla e Piano per le autopsie. Pollicardo e Calcagno sarebbero invece diretti a Mellitah da dove un elicottero dovrebbe portarli a Tripoli per poi volare in Italia.
Alle 12 di oggi, a Sabratha, la città in mano a milizie islamiste avversarie dell’Is che hanno preso in consegna i due ex ostaggi, è convocata una conferenza stampa per «fornire dettagli della liberazione dei due italiani» ha annunciato il direttore del dipartimento media stranieri del governo Tripoli, Jamal Zubia. La macchina per riportare a casa Pollicardo, 55 anni, di Monterosso in provincia di La Spezia, e Calcagno, 65 anni, siciliano di Piazza Armerina, Enna, e con loro i feretri dei due colleghi, è in moto. «Attendiamo l’arrivo della delegazione italiana», aveva fatto sapere alle 18.40 di ieri Hussein al-Zawadi, mentre un piccolo aereo italiano atterrava in città. L’identità dei passeggeri non è nota, ma certo si tratta di funzionari dei servizi segreti inviati da Roma.
«Provati, ma stanno bene». A incontrare per primo i due dipendenti della Bonatti è stato ieri Dennis Morson, operation manager dell’azienda di Parma che opera nel complesso gasiero di Mellitah: in un filmato postato su Facebook dalle milizie di Sabratha, il manager racconta la visita ai colleghi: «Li ho trovati fisicamente bene, anche se sofferenti. Faremo il possibile per favorirne il ritorno in Italia, una volta terminate le pratiche necessarie». E in una breve dichiarazione a Sky Tg24 Pollicardo chiarisce: «Non so quando torneremo, stanno sbrigando delle carte perché siamo senza documenti». Di più non dice, quasi certamente per ragioni di sicurezza: «In questo momento non mi sento di parlare con nessuno, quando saremo in Italia sarà diverso, si vedrà». Nelle ore precedenti, Pollicardo aveva parlato al telefono con la figlia Jasmine: «Quando torno faremo una grande festa per il tuo compleanno» le aveva promesso, perché nel giorno dei suoi 18 anni era stato costretto a restarle lontano, prigioniero di rapitori ancora senza identità. «State tranquilli, torno presto: finalmente ho potuto fare anche una doccia» ha rassicurato i suoi Calcagno.
Gli ex ostaggi attesi dal pm. Una volta arrivati a Roma, dove i familiari sono da ieri in attesa di abbracciarli dopo 228 giorni da incubo, dovranno essere ascoltati dal pm Sergio Colaiocco in una caserma dei Ros. I corpi di Failla e Piano, intanto, secondo informazioni fornite venerdì, dovrebbero essere arrivati ieri a Tripoli per il completamento dell’autopsia prima del rimpatrio, esame autoptico a cui la famiglia di Failla si oppone. La procura di Roma ha già affidato all’istituto di medicina legale del policlinico Gemelli gli accertamenti per cercare di dipanare il filo di una matassa sempre più ingarbugliata. Secondo alcune fonti infatti i due sarebbero stati giustiziati con un colpo alla nuca poco prima che il convoglio dei rapitori che li tenevano in ostaggio si scontrasse con le forze di sicurezza libica. Altre ricostruzioni parlano di Failla e Piano utilizzati come scudi umani o rimasti uccisi durante una sparatoria sotto il “fuoco amico” dei miliziani che li avevano scambiati per uomini dell’Is in una strada in mezzo al deserto a 30 chilometri da Sabratha. Probabilmente dunque durante il trasferimento dei quattro rapiti, in due diverse colonne di auto, in un’area più sicura.
I punti oscuri. Le testimonianze di Pollicardo e Calcagno saranno indispensabili per rimettere al loro posto i tasselli del puzzle. I punti oscuri nella vicenda sono numerosi, dall’ipotesi del blitz per liberare gli ostaggi a quella del pagamento del riscatto, o almeno di una parte della cifra richiesta (6 milioni su 12). Non è nota neppure l’identità dei rapitori: inizialmente l’intelligence italiana aveva allacciato contatti con un gruppo islamista criminale non affiliato all’Is, ma dopo il blitz americano che il 19 febbraio a Sabratha uccide un gruppo di jhadisti tunisini, il filo si spezza. Non è escluso che gli ostaggi siano passati di mano. Da chiarire è anche la dinamica della liberazione dei due tecnici italiani: se siano stati liberati in un blitz delle forze del Consiglio militare di Sabratha, come rivendicano le autorità locali probabilmente per accreditarsi come interlocutori credibili in vista del possibile intervento militare guidato dall’Italia, o se siano stati abbandonati perché considerati ormai merce scomoda, e siano riusciti a liberarsi da soli.
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