Condannato per omicidio, il paese grida: è innocente
Mega-assemblea a Busachi, Domenico Fadda in cella per aver ucciso il cognato Giovanni Cossu: «Non è la verità»
INVIATA A BUSACHI. D’amore e di morte. E di un intero paese che si ribella a una sentenza definitiva che confina un uomo in carcere per un delitto di cui amici e semplici compaesani, lo ritengono innocente. Anche se, nel nome del popolo italiano, Domenico Fadda, 56 anni, è colpevole dell’omicidio del cognato Giovanni Cossu, ucciso il 15 ottobre 2011 nella casa in via Roma a Busachi, che condivideva con la moglie Isabella Fadda e le loro due figlie. E con i fantasmi di un profondo disagio psichico di cui soffriva la donna. Lo scorso 18 febbraio, la Corte di Cassazione ha stabilito che Fadda uccise Cossu, e lo ha condannato a 18 anni di carcere.
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Domenico è innocente. Alle 11 della mattina di domenica, Busachi è un paese fantasma. Meglio: metà paese affolla il Centro servizi, in Corso Brigata Sassari. Assemblea convocata da un comitato spontaneo sul tema: “Informare e discutere sull’ingiusta condanna subita dal nostro compaesano Domenico Fadda e sulle eventuali iniziative da mettere in campo”. Nel nome di Domenico si raduna una comunità ferita: centinaia di persone, tutti i nuclei familiari rappresentati. «Siamo persone come voi, quando abbiamo saputo della condanna abbiamo provato un senso di disagio. Tutti sanno che Domenico quel giorno non ha fatto quello per cui è stato condannato. Ha deciso di sacrificare la sua vita per la sorella e le sue nipoti. Faremo di tutto per far conoscere questa situazione. Sappiamo che riaprire il caso non sarà facile», esordisce Antonio Flore, al tavolo dei promotori. Seduta c’è anche Antonella, la figlia più piccola di Giovanni Cossu. Lei e la sorella, sono quello che resta della famiglia Cossu: poche ore dopo la morte del poliziotto, la moglie Isabella si tolse la vita, impiccandosi.
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L’altra verità. “Tutti sanno che Domenico è innocente”. Cosa è che tutti sanno, esattamente?Sanno quello che aveva sancito il processo di primo grado, che aveva assolto Fadda stabilendo che Giovanni Cossu era morto per mano della moglie. E Domenico, il fratello che aveva dedicato tutta la sua vita alla cura della donna e delle sue amate nipoti, si era fatto carico di una responsabilità non sua. Per proteggere Isabella, fragilissima nella sua malattia psichica che aveva fatto diventare un inferno la vita della famigliola. Lei, sempre più preda di una voragine oscura che ne deviava i percorsi mentali facendole identificare negli altri – e nel marito Giovanni su tutti – il responsabile dei suoi malesseri. Anche il 15 ottobre 2011 aveva aggredito il marito.
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Un coro solidale. «Non è verosimile che Domenico, di cui tutti conosciamo la bontà e gli ottimi rapporti con Giovanni, lo abbia assassinato. Domenico è la persona che più di chiunque si è spesa per quel nucleo familiare. Ha dato tutto: sostegno, comprensione, affetto, appoggio». Lo hanno scritto in un documento, letto e fatto firmare, per ribadire quello che l’assemblea si proponeva, ieri: vicinanza e solidarietà a un uomo che – ritiene il paese – sta pagando un prezzo altissimo per la sua generosità.
Le proposte. Prima ancora di parlare delle azioni concrete da mettere in atto per aiutare Domenico Fadda, ieri era il giorno della mobilitazione dei cuori. Delle anime. «Possiamo esporre delle lenzuola alle finestre», prima proposta. Quindi, «Una raccolta di firme da sottoporre al Presidente della Repubblica». «Una manifestazione silenziosa». Il fatto è che la vicenda di Domenico Fadda sta rompendo il muro del silenzio: la convocazione dell’assemblea di ieri, passata per il gruppo Facebook che si è costituito nel nome del recluso, ha avuto 10mila visualizzazioni. Lo striscione, che reca la scritta “Domenico innocente”, i busachesi lo esporranno a balconi e finestre. Poi: cartelli negli ingressi del paese, e affissi negli esercizi commerciali.
Gli amici. Nomi e cognomi: nessuno si tira indietro. Angelo Flore con Giovanni Battista Putzolu, Peppino Deidda e altri. Tutti in prima fila. «Non ci abbiamo creduto. Nessuno di noi ci poteva credere. Lui e Giovanni erano legatissimi. La mattina erano in campagna insieme». Putzolu ricorda: «quando è successo il fatto, io ero al lavoro in Lombardia. Mi hanno chiamato e ho detto subito: non ci credo». Peppino Deidda si rammarica di come il giudizio di primo grado sia stato ribaltato: «Come hanno fatto a non tenerne conto?».
Il buio dell’anima. Giovanna Deidda era una compagna di scuola di Isabella Fadda. «Era una donna ironica, spiritosa. Poi si è ammalata. Penso che il marito cercasse di proteggerla, cercavano di tenere tutto dentro. Forse per vergogna». E così, nella casa di via Roma si viveva il dramma di una giovane donna in preda a un male troppo grande per essere contenuto dall’amore dei suoi familiari. Di questo dolore uscivano «voci di corridoio, si sapeva pochissimo», aggiunge Giuseppe Pischedda. Anche ieri, l’assemblea per Domenico non ha voluto dare giudizi, tenendo un profilo di grande riservatezza su Isabella e su una tragedia incommensurabile. Che ha tante vittime: i due coniugi che hanno perso la vita, le figlie della coppia. Una comunità che vuole reagire. Un uomo recluso – i busachesi ne sono certi – da innocente.
Perché l’hai fatto? «Ero in paese da poco tempo. Un giorno gli ho chiesto: chi te lo ha fatto fare? Lui mi ha detto: ho sempre fatto del bene», è la testimonianza di una vicina di casa. E don Giovanni Murru, parroco che ha accompagnato al camposanto Giovanni Cossu e Isabella Fadda, ha riservato a Domenico parole forti: «Un gesto eroico, grande. Lui temeva di essere condannato». Eppure.
Il silenzio. Eppure ha continuato a tacere, forse troppo. Maria Fadda, tutore della figlia più piccola della coppia, rimarca la volontà estrema di Domenico di proteggere i suoi cari. Coprendo tutto con una riservatezza che gli si è ritorta contro. La sera in cui Giovanni Cossu venne ucciso, Domenico uscì dalla casa della sorella e rimase irreperibile per alcune ore. Quando tornò, per lui c’erano le manette pronte: Isabella, persa nei suoi fantasmi, lo aveva accusato dell’omicidio. Lui si era consegnato agli inquirenti, non aveva parlato. Non sapeva, che nel frattempo, lei si era impiccata. Silenzio, ancora silenzio: allora più che mai, c’erano le nipoti da proteggere. Il ricordo di una madre fragile da salvaguardare. E nel frattempo si costruiva un dramma nel dramma. Shakespeare non avrebbe saputo fare di meglio.
Le parole. Ma ora il paese non vuole più tacere. Una manifestazione in piazza, sabato prima della Domenica delle palme. Per lanciare un segno di speranza, in questa drammatica vicenda d’amore portato alle estreme conseguenze. Di morte, appunto.
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