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Ora si spera in una revisione del processo

Ora si spera in una revisione del processo

La difesa contesta la perizia medico legale che non riesce a ricostruire con precisione i fatti

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DALL’INVIATA A BUSACHI. E ora, non resta che la strada della revisione del processo per dare una luce diversa alla vicenda. Ma serviranno prove nuove. Un percorso ostico. Che si scontra con sette mesi di silenzio pesanti come un macigno. Durante i quali, Domenico Fadda, dopo il suo arresto, non aveva parlato.

Ci sono ricostruzioni diametralmente opposte di quella serata. Quella accusatoria vuole l’intervento di Domenico Fadda in casa Cossu, dove il 15 ottobre 2011 si svolgeva una ennesima puntata di una tragedia legata alla malattia di Isabella Fadda. Una contrapposizione tra lei e il marito: Domenico sarebbe intervenuto, avrebbe avuto un coltello con sè e con quello avrebbe ucciso il cognato. Per poi fuggire, incrociando nella porta di casa la dottoressa di famiglia che al processo ripeterà di non aver notato macchie di sangue negli indumenti dell’uomo. Mentre gli abiti di Isabella ne erano intrisi.

La tesi difensiva, sostenuta dagli avvocati Agostinangelo Marras, Raffaele Miscali e, in Cassazione, Giovanni Aricò, si basa sulla perizia medico legale che non riesce a ricostruire la dinamica dei fatti, non attribuisce ruoli certi alle tre persone presenti nella camera da letto a Busachi, limitandosi a sostenere che non ci fossero elementi univoci a dimostrare che fosse stata la donna ad accoltellare Cossu. In primo grado, almeno quattro testimoni spiegarono che la vittima aveva confidato a pochi intimi il fatto che la moglie, a volte, dormisse con un coltello sotto il cuscino. E lui aveva paura.

Dopo sette mesi, Domenico Fadda, cambiati difensori, aveva deciso di affidare a un memoriale la sua verità. Quella di cui sono certi i busachesi. La stessa accolta dalla Corte d’assise di Cagliari, con una sentenza di assoluzione piena, e una a verità alternativa. Sconvolgente: a uccidere Cossu sarebbe stata la moglie. C’è da chiedersi come sia stato possibile che Isabella Fadda, quella sera, sia stata lasciata libera, in circostanze che forse avrebbero dettato altra cautela. E non solo per il tragico epilogo: cautela investigativa. Non andò così.

Sentenza ribaltata in appello. I difensori di Fadda avevano ricusato il presidente, Grazia Corradini: nella sua relazione introduttiva, nessun accenno agli elementi contenuti nella sentenza di assoluzione.

Ricusazione respinta: e una camera di consiglio durata cinque ore di acceso confronto tra i giudici. L’epilogo, la condanna a 18 anni. Resa definitiva dalla Cassazione.(si.se.)

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