Italiani venduti ai rapitori «Liberi grazie a un chiodo»
Il racconto degli ex ostaggi: «Niente feste, Salvatore e Fausto non sono con noi» Secondo la Farnesina le salme dei due tecnici uccisi potrebbero rientrare oggi
ROMA. Salvatore Failla era quello che nell’incubo della prigionia dava coraggio a tutti: «Parlavamo di tutte le nostre cose, di cosa avremmo fatto quando saremmo tornati, perché ci credevamo nel nostro ritorno. Specialmente negli ultimi tempi Salvatore aveva fiducia. Diceva “dai, tranquilli che ce la facciamo”». Il racconto di Filippo Calcagno, 65 anni, rientrato a Piazza Armerina, in provincia di Enna, dopo otto mesi di prigionia in Libia, mentre il collega Gino Pollicardo, 55, è nella sua casa di Monterosso, a La Spezia, è la ricostruzione di una interminabile serie di giorni privi di senso.
Fame e violenze. Scanditi dai morsi della fame e dalle violenze, dai calci e dai pugni. Giorni contati con le preghiere che risuonavano dalle moschee «per tenere in servizio il cervello». Martedì primo marzo - «il 2 marzo vostro, perché non ricordavamo che questo fosse un anno bisestile, ed ecco perché il nostro biglietto aveva la data sbagliata» - il destino dei quattro ostaggi si divide. «Loro (i sequestratori, ndr) sono entrati dicendo che tutto era finito. Nei giorni precedenti ci avevano dato una tuta da mettere quando andavamo via, ci hanno fatto vestire e poi hanno preso Salvatore e Fausto e a noi ci hanno lasciati là dentro. Ci siamo chiesti come mai, forse non avevano posto. Mi è sembrata una scelta casuale». Ma quella decisione cambia il corso degli eventi. Per tutti. Salvatore Failla, di Carlentini, Siracusa, e Fausto Piano, di Capoterra, Cagliari, non vedranno mai più i loro cari. La ricostruzione più attendibile è che il convoglio su cui viaggiano venga intercettato dalle milizie “regolari” di Sabratha: sotto le raffiche cadono i rapitori, con ogni probabilità criminali comuni, e i due ostaggi. Il sogno di salvezza di Failla si spegne.
Oggi forse il rientro delle salme. Il suo corpo e quello dell’amico, al centro di una assurda contesa con le autorità libiche, potrebbe rientrare in Italia già oggi: «Siamo lavorando affinché le salme rientrino il più presto possibile, non oltre la giornata di domani» assicura il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Più pessimista il sindaco di Sabratha Hussein al Zawadi, secondo il quale le salme, una volta consegnate al governo di Tripoli, saranno rimpatriate in due giorni.
Con i familiari, attendono il loro ritorno anche i colleghi sopravvissuti. «Il nostro ricordo va a loro, che non hanno avuto come noi la fortuna di tornare» dice amaro Calcagno. «Non dite che stiamo festeggiando perché non è vero. Io sono qui ma penso continuamente ai miei due compagni» osserva Gino Pollicardo con i giornalisti.
Lo strano trasferimento in auto. Tutto comincia quel giorno, quel 19 luglio del 2015 in cui l’auto partita dall’aeroporto di Gerba, in Tunisia, e diretta verso il compound gasifero di Mellitah benché i protocolli di sicurezza prevedano il trasferimento via mare o via elicottero, attraversato il confine con la Libia, viene fermata. Un gruppo di uomini incappucciati porta via gli italiani. Gli inquirenti sospettano che i quattro tecnici della ditta Bonatti di Parma siano stati “venduti” ai rapitori da qualcuno che era al corrente del loro arrivo e dei loro spostamenti. «Ci hanno strappato tutto di dosso, ci hanno lasciato in mutande. Anzi volevano toglierci anche quelle» ricorda Pollicardo. L’inizio è il momento più difficile, racconta Calcagno: «Pensavamo di vivere un incubo, poi piano piano abbiamo cercato di tenerci con la mente chiara, ricordando i giorni per non sbagliare data». Non era solo la morte la paura più grande, c’era il rischio di essere venduti ai miliziani del Califfato. «Salvatore chiese in francese: “vi prego, non vendeteci all’Is”, e loro risposero “Non vi vendiamo a chi ammazza le persone”» riferiscono i due ex ostaggi al pm di Roma Sergio Colaiocco, a cui è affidata l’inchiesta sulla vicenda. Solo uno dei carcerieri parlava un po’ di francese, mentre gli altri parlavano solo arabo.
«Anche donne coi rapitori». «Non so se eravamo in mano all'Is o a delinquenti. Lo stabiliranno altri - sottolinea Calcagno - Ma certamente erano criminali. Perché solo criminali possono fare queste cose. C’erano delle donne e un bambino... una famiglia di delinquenti e di criminali». Dopo il primo marzo, dunque, Calcagno e Pollicardo capiscono di essere soli. Hanno fame, sete, ma i sequestratori non rispondono più. E i due decidono di fuggire.
La fuga e l’incontro con la polizia. Con un chiodo Calcagno “lavora” sulla serratura, poi chiama l’amico: «Se gli diamo due colpi siamo fuori». La porta esterna si apre facilmente, e si ritrovano in strada. «Ci siamo camuffati perché avevamo paura che qualche altro gruppo ci prendesse. Abbiamo cercato la polizia e il buon Dio ci ha messi sulla strada giusta». Fermano un’auto, ed è un agente: «Fa una telefonata e arrivano due macchine piene di gente con i mitra» che li portano al sicuro. Una volta al commissariato, dice Pollicardo, vengono a sapere che «le bande offrivano 10 milioni per gli ostaggi italiani». Solo al loro rientro in Italia i due tecnici italiani sapranno che i loro amici sono morti nel caos libico.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google