La Nuova Sardegna

Stefano Piano: «Papà ucciso, voglio sapere che cosa è andato storto»

di Silvia Sanna
I familiari di Fausto Piano attendono l'arrivo della salma
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I familiari di Fausto Piano attendono l'arrivo della salma

Parla il figlio del tecnico di Capoterra morto in Libia: «Ora la verità. Lo Stato? Non ci ha abbandonato»

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CAPOTERRA. L’attesa continua anche dopo la morte. Prima c’era la speranza, ora c’è il desiderio di capire, di conoscere la verità. La famiglia di Fausto Piano, il tecnico di Capoterra ucciso in Libia dopo sette mesi e mezzo in mano ai sequestratori, vive ancora sospesa. Il dolore è lancinante, la ferita chissà quando si rimarginerà. E c’è anche tanta rabbia, che però non viene gridata. Dall’inizio dell’incubo, da quella telefonata che ha cancellato i sogni, i Piano non hanno mai perso il controllo. Compostezza assoluta, riservatezza e un unico pensiero: riportare Fausto a casa, salutarlo con tutti gli onori. Neanche una parola, neanche un commento in pubblico su quanto accaduto: «Siamo fatti così, siamo uguali a papà – dice Stefano, uno dei tre figli – prima cerchiamo di capire, poi parliamo. Il momento è quasi arrivato, siamo pronti per conoscere la verità. Lo dobbiamo a papà».

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Che cosa è accaduto secondo lei in Libia?

«Non ho una risposta. So solo che in questa storia qualcosa è andato storto. E che niente lasciava pensare che sarebbe finita così».

Che tipo di notizie avevate dal ministero degli Esteri?

«Dal giorno del rapimento siamo stati costantemente informati sull’evolversi della situazione. Mia madre riceveva tante telefonate dalla Farnesina e anche noi potevamo chiamare in qualunque momento, senza problemi. Gli aggiornamenti erano continui, eravamo convinti che avremmo rivisto presto mio padre, sano e salvo».

Vi siete mai sentiti abbandonati durante i sette mesi e mezzo del sequestro?

«Noi no, tutt’altro. Non siamo mai stati lasciati soli. E quest’attenzione era un ulteriore motivo di speranza».

La vedova di Salvatore Failla, il collega ucciso insieme a suo padre, ha lanciato durissime accuse nei confronti dello Stato, colpevole secondo lei di avere lasciato morire gli ostaggi.

«Abbiamo conosciuto Rosalba e le sue figlie a Roma, in albergo, nei giorni di attesa dell’arrivo delle salme. Abbiamo ascoltato il suo sfogo, ci siamo consolati a vicenda. Comprendiamo la sua reazione, la nostra però è stata completamente diversa, forse perché abbiamo un carattere diverso. Noi siamo più prudenti, a caldo preferiamo non parlare anche perché si rischia di dire cose sbagliate»

La signora Failla ha fatto sentire una telefonata del marito registrata durante la prigionia. Voi avete mai avuto contatti con suo padre?

«No. E devo dire per fortuna. Sarebbe stato terribile sentire la sua voce, la sua richiesta di aiuto, e non poter fare niente per lui».

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Che tipo era suo padre?

«Papà era coraggioso. Da 15 anni lavorava in Libia, conosceva molto bene quei posti e sapeva come muoversi. Noi eravamo consapevoli che a luglio, quando è partito, la situazione non era per nulla tranquilla. Ma lui non ci ha mai trasmesso ansia e preoccupazione, né a noi figli né a mia madrea. Ci diceva di stare tranquilli, perché non gli sarebbe successo niente. E invece».

Su come siano andate le cose ci sono versioni contrastanti.

«Su questo faremo le nostre domande. Abbiamo bisogno di conoscere la verità, vogliamo capire che cosa, in quelle ore terribili, non ha funzionato. Sinora abbiamo solo ascoltato. Ora sta per arrivare il momento in cui parleremo anche noi. Lo vogliamo tutti, soprattutto mia madre. Ci stiamo già muovendo, ci rivolgeremo alle persone giuste nelle giuste sedi».

Dopo i funerali di suo padre è calato il livello di attenzione verso di voi da parte dello Stato?

«Anche in questo caso devo dire di no. Nessuno ci ha abbandonato».

Come si fa a riprendere una vita normale?

«Non lo so. Per me, per mia madre e i miei fratelli ancora non è accaduto. È troppo presto, il dolore è fortissimo. Mio padre manca a tutti. Era un uomo buono, aveva il cuore grande. È difficile accettare che non ci sia più».

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