La sfida di Siddùra: la cantina conquista i mercati mondiali
L’azienda di Luogosanto punta sul binomio qualità e ricerca L’ad Ruggero: non basta una bella storia per fare vini buoni
INVIATO A LUOGOSANTO. Imbottigliano emozioni di Gallura dal 2011, sulla collina chiamata Siddùra. Secondo una leggenda quel nome, con cui è stata battezzata anche la cantina, significa tesoro nascosto. E per i proprietari di Siddùra il tesoro esiste davvero. È la vigna arrampicata tra i graniti e abbracciata dalla macchia mediterranea. Negli anni Cinquanta in quei terreni, zio Giacomo Battino produceva un vermentino di alta qualità, noto nel vicino mercato della Maddalena. Massimo Ruggero e Nathan Gottesdiener sono gli eredi di quella storia di successo scritta nella terra. Nel 2008 hanno acquistato 40 ettari abbandonati sulla collina di Luogosanto. E hanno dato forma al loro progetto esteso su 19 ettari. Le radici salde nella storia di quella terra, nei suoi profumi e nel suo passato. Ma con la voglia di reinterpretare in chiave moderna una attività ricca di tradizione. Cuore e tecnologia per dare ai vini il marchio di qualità Siddùra.
Dal mattone al vino. Ruggero prima di diventare imprenditore del vino era un impresario edile. E come tanti suoi colleghi era convinto che il futuro della Gallura avrebbe sempre avuto il colore del cemento. Fino alla folgorazione, prima che la crisi dell’edilizia mostrasse tutta la fragilità di una economia costruita solo sui blocchetti. «Ho vissuto il boom edilizio della Costa Smeralda – racconta Ruggero –. C’era la convinzione generale che l’economia potesse ruotare solo intorno alle costruzioni. Non esistevano altri valori se non quelli del mattone. Decisi di fare un passo indietro. E di tornare alla terra, alle origini». Lo spirito di Ruggero incontra quello di Nathan Gottesdeiner, imprenditore della moda innamorato della Gallura. Mettono gli occhi sulla collina di Siddura e insieme valutano come ritornare alla passione per la campagna, alle radici. L’idea della cantina non arriva subito. Prima Ruggero e Gottesdeiner valutano altre opzioni. La produzione di olio, un allevamento di maiali. Infine la decisione di ripartire dalla piccola vigna di zio Jacu di Siddùra. «La soluzione ce l’avevamo sotto gli occhi ogni mattina – afferma Ruggero –. Era la vigna sulla collina».
La cantina. L’azienda Siddùra nasce nel 2008. Tre anni dopo la prima vendemmia e i primi vini. «Era un periodo di crisi generale, che però era il migliore – ripercorre le tappe di Siddùra l’amministratore delegato Ruggero –. A livello commerciale si partiva da un grafico zero, sotto il quale non si poteva andare. Ci abbiamo messo cuore e testa. Crediamo di aver creato qualcosa di particolare. Il valore aggiunto è ovviamente la terra sarda. Ma dobbiamo essere capaci di portare la Sardegna in un’area mondiale. Spesso si parla di mercati saturi. Io credo che il mercato del vino non abbia soddisfatto nemmeno il dieci per cento della richiesta del pianeta. Ed è nel mondo che puntiamo a portare i nostri prodotti. I confini devono indicare solo il mare, le montagne. La mentalità deve andare oltre quei limiti geografici».
Storia e innovazione. La ricetta di Siddùra è una buona dose di storia e una di modernità. «Nella terra di giovane non c’è nulla – conclude Ruggero –. Noi siamo solo la nuova generazione, i nuovi pensatori dello sviluppo della campagna. C’è una parte molto tecnologica all’interno della cantina. Abbiamo investito centinaia di mila euro su attrezzature di controllo e ricerca. Non basta raccontare una buona storia per fare un buon vino. Devi dare garanzie al mercato. Serve personale qualificato che sappia controllare ogni tappa del percorso, dal campo alla realizzazione del vino fino all’invecchiamento».
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