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In obitorio genitori sotto choc «Nostra figlia era bellissima e noi vivevamo solo per lei»

In obitorio genitori sotto choc «Nostra figlia era bellissima e noi vivevamo solo per lei»

A Tortosa il dolore e la rabbia dei familiari assistiti da un’équipe di psicologi Il padre di una vittima: «Ora io e mia moglie andiamo a casa e ci ammazziamo»

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TORTOSA. «Ho mandato mia figlia tranquillo a studiare in un paese amico, e me la riporto a casa morta». Ha commosso la Spagna l’accorato sfogo del papà di Serena, la 22enne studentessa di farmacia Erasmus a Barcellona, morta con altre 12 ragazze l’altro ieri nel disastro del bus di Freginals. Il volto provato dall’angoscia di Alessandro Saracino, medico di famiglia a Settimo Torinese, e la sua voce pacata ma rotta dal dolore hanno fatto il giro delle televisioni spagnole, innescando reazioni di solidarietà, ma anche interrogativi sul “perché” di un dramma assurdo. «Amava molto Barcellona, che però le è costata la vita, e ha ucciso anche il suo papà e la sua mamma. Un paese così bello doveva trasportare quei ragazzi in tutta sicurezza», si sfoga il papà di Serena.

L’autista, 63 anni, mai un incidente prima, è indagato per omicidio colposo. Ieri ha avuto un collasso, è stato ricoverato. Si sarebbe addormentato al volante, dopo una notte forse senza sufficiente riposo alla Fiesta de Las Fallas di Valencia. «Lo siento, me he dormido» (Mi spiace, mi sono addormentato) avrebbe detto ai servizi di emergenza arrivati subito dopo l’incidente, scrive La Razon. Un dubbio, un interrogativo, che ieri era scolpito con il dolore nei volti dei familiari delle ragazze morte nel bus, 7 italiane, sei di altri paesi, arrivati a Tortosa per riconoscere i corpi senza vita delle loro figlie. Le ragazze morte erano tutte dalla parte sinistra del bus. Dormivano al momento dello schianto. Molte non avevano le cinture di sicurezza.

Le 13 salme sono state depositate nel piccolo obitorio della cittadina catalana, la più vicina al luogo dell’incidente. Le autorità catalane hanno trasformato il Parador del Castello di Tortosa in Centro di accoglienza per le famiglie. Psicologi e infermieri della Croce Rossa hanno accolto i familiari, indifferenti al quadro suggestivo di questo castello del X secolo agganciato in cima ad una rocca nel cuore della città. Volti tirati, rigati dalle lacrime, chiusi nella loro angoscia privata. Molti escono sulla terrazza del castello per prendere una boccata d’aria, un raggio di sole. Tutti sono aggrappati al telefonino: parlano delle loro ragazze a familiari e amici che chiamano senza sosta dall’Italia. «Era bellissima», dice di Serena papà Saracino, «era la nostra unica figlia, vivevamo per lei. Io e mia moglie andiamo a casa e ci ammazziamo».

Per accogliere le famiglie distrutte dal dolore e portare loro la solidarietà di tutto un paese nel castello è arrivato il nuovo ambasciatore a Madrid, Stefano Sannino: «Sono provati - spiega - c’è sempre un immenso dolore nella perdita di un figlio, ancor di più in una maniera così drammatica». Poche parole di cordoglio e affetto. Nulla può alleviare il dolore di un padre e di una madre. «Fino a 24-48 ore fa parlavano al telefono con la loro figlia, che ora non c’è più», dice il capo della Croce Rossa di Tarragona, Jordi Sorinac: «Ci vogliono anni per elaborare il lutto...».

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