La Nuova Sardegna

Assolto Zedda, nessun abuso al Lirico

di Mauro Lissia
Assolto Zedda, nessun abuso al Lirico

Il fatto non sussiste per entrambi i capi d’imputazione, il pm aveva chiesto la condanna a un anno e mezzo di reclusione

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CAGLIARI. Nessun abuso d’ufficio al teatro lirico, Massimo Zedda esce assolto dal processo legato alla contestatissima nomina di Marcella Crivellenti a sovrintendente e può candidarsi alle prossime elezioni amministrative per continuare a fare il sindaco della città. Dopo una requisitoria durissima il pm Giangiacomo Pilia aveva chiesto la condanna a un anno e mezzo, gli avvocati di parte civile Rosalia Bizzarro e Andrea Pubusa risarcimenti di oltre centomila euro per il componente del cda Giorgio Baggiani, silurato da Zedda, e per la Fondazione. Un’arringa di rara efficacia, quella dell’avvocato Fabio Pili - che difendeva il sindaco insieme a Giuseppe Macciotta - ha però smontato uno ad uno gli argomenti dell’accusa e ha centrato la sentenza anche nella formula assolutoria per entrambi i capi d’imputazione: il fatto non sussiste.

Per Zedda, che non ha voluto commentare la decisione del tribunale - presidente Claudio Gatti, a latere Badas e Belelli - sfuma il pericolo di finire azzoppato nel percorso politico: una condanna l’avrebbe costretto a lasciare il municipio e a rinunciare alla candidatura.

L’accusa. La discussione è stata intensa come di rado capita nelle sezioni del tribunale. Il pm Pilia ha dapprima riassunto il dibattimento, quindi ha puntato dritto sulle imputazioni attaccando il sindaco sulla scelta di nominare la Crivellenti come persona di fiducia: «È stato un pasticcio legato alle pressioni del presidente della Fondazione Massimo Zedda - ha sostenuto il pm - una nomina politica, non legata a criteri tecnici e professionali. La finalità pubblica del contenimento dei costi è stata solo un pretesto per perseguire un atto illecito». Per Pilia quella nomina ha provocato un danno alla Fondazione: «L'esperienza della Crivellenti non era quella prevista dalla legge per un ente lirico, ma nemmeno quella che serve per gestire la biglietteria di un cinema multisala».

Una meteora. Ancora: «La Crivellenti è subito andata in maternità, è stata una meteora e non ha inciso né sulla gestione né sui risultati artistici del teatro. La sua gestione è stata un anno orribile, con ripercussioni devastanti su bilancio e programmazione». Per l’accusa Zedda ha ignorato le 44 candidature arrivate al teatro, non ha rispettato i criteri di scelta stabiliti dallo statuto e non ha motivato la decisione di nominare la Crivellenti, violando la manifestazione d’interesse: «Il sindaco ha estratto da tasca il nome della Crivellenti - ha ripetuto più volte il pm - ma non ha fornito garanzie sulle capacità amministrative, il curriculum non aveva alcuna attinenza con l’incarico di sovrintendente. L’ha nominata nell’ambito del suo partito, dopo che gliel’aveva presentata Claudio Fava (che ieri in aula l’ha confermato, ndr) e si può pensare anche per compiacere il dirigente del Mibac Salvo Nastasi, legato a quel Gianni Letta che nel 2010 aveva sponsorizzato l’assunzione in biglietteria della Crivellenti».

La difesa. Per il difensore Fabio Pili la verità è tutt’altra: «La delibera del cda che ha portato alla nomina era regolare e a chiedere l’unanimità erano stati i consiglieri di amministrazione e non Zedda». Ma il punto centrale resta la ragione della scelta: «La gestione di Mauro Meli aveva lasciato un debito patrimonale di 25 milioni di euro, quella della Crivellenti un attivo di 183 mila. La sola preoccupazione del sindaco era di rimettere in sesto i conti del teatro».

Nessun abuso. «Non c’era vincolo sulla long list dei candidati, si poteva anche non conferire l’incarico. La prassi vuole che a designare il sovrintendente sia il sindaco. In questo caso non ci fu alcun voto contrario, solo ripensamenti alla seduta successiva».

Il siluramento di Baggiani dal cda? «Aveva problemi giudiziari legati alla gestione della scuola civica di musica, mancavano il rapporto di fiducia e il vincolo di affidabilità».

La conclusione. «È finito sott’accusa chi in questi anni ha provato a mettere in sicurezza i soldi pubblici, perché non venissero dilapidati per la vanagloria di qualcuno. Questo procedimento ha un vago sapore surreale – ha detto Pili – è stato uno scontro fra chi si batte per contenere la spesa e chi ritiene che la salvaguardia della cultura musicale non debba avere freni. Peccato che siano soldi anche di chi non può godere neppure di una nota, di quegli straordinari concerti».

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