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I sardi che vivono a Bruxelles: «Riprendiamoci le nostre vite»

di Alessandro Pirina
I sardi che vivono a Bruxelles: «Riprendiamoci le nostre vite»

Nella città belga sono numerosi gli isolani che si sono trasferiti per motivi di studio e lavoro Raimondo Serra di Samassi, da 20 anni nella capitale: dobbiamo mantenere la calma e andare avanti

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SASSARI. Hanno colpito i luoghi della quotidianità. L’aeroporto e la metro. Per chi vive a Bruxelles nulla sarà più come prima. Ed è proprio con quella sensazione che ieri mattina la capitale belga si è svegliata. Silenzio e paura, ma anche la consapevolezza che cambiare stile di vita significa darla vinta al terrorismo. Un sentire comune anche tra i tanti sardi che hanno scelto Bruxelles come seconda casa. Una grande colonia fatta di studenti e lavoratori nati sotto le insegne dei quattro mori. Tomaso Luciano, 35 anni, sassarese, lavora da tre in un piccolo albergo di Schaerbeek, un vecchio edificio di epoca coloniale a pochi minuti dai palazzi delle istituzioni europee. «Bruxelles il giorno dopo gli attentati è molto più silenziosa del solito – racconta –. Rispetto a martedì si sentono meno sirene ed elicotteri. La sensazione dominante, a parte chiaramente il dispiacere profondo per le vittime, è la sensazione di sconfitta. A prescindere dal numero dei morti capisco che l'obiettivo era di far sentire a tutti la paura peggiore. Trovo che ci siano riusciti. Ogni volta che non andrò a comprare frutta e verdura al mercato di Anderlecht, ogni volta che eviterò un posto affollato per vedere i miei amici ci saranno riusciti». Già nei mesi scorsi, dopo le stragi di Parigi, Bruxelles si era trovata a vivere in totale emergenza per l’allarme terrorismo. «Dopo i giorni traumatici del lockdown abbiamo abbassato la guardia piuttosto in fretta, per fortuna – dice ancora Luciano –. Abbiamo ripreso a uscire e a girare per la città senza problemi, e ne siamo stati felici. Purtroppo ci vorrà del tempo per tornare a farlo, ma sono sicuro che non tarderemo a riprenderci tutti gli spazi che ci vorrebbero togliere. Ho vissuto in tanti posti prima di arrivare a Bruxelles nel 2012. Adoro la sua atmosfera di cugina scalcagnata delle altre capitali europee, e spero di ritrovarla presto».

Anche Antonella Sciola, 30 anni di Olbia, vive da qualche tempo nella capitale belga. Lavora al Parlamento europeo nello staff del deputato Salvatore Cicu. «La metro che hanno attaccato è quella che prendo ogni mattina – racconta –. Anche martedì sono scesa alla fermata di Trone e il mio ragazzo, Danilo, anche lui di Olbia, a Maelbeek. Dieci minuti dopo c’è stata l’esplosione. Improvvisamente mi sono ritrovata in uno scenario di guerra». Anche lei racconta di una atmosfera da day after , di una città spettrale. «La prima reazione che ti viene in mente è quella di chiuderti in casa, di non metterti in pericolo. Io ho fatto un’altra scelta. Spremuta e mezzi pubblici, come il giorno prima. La vita deve continuare, non bisogna farsi condizionare. Non si deve rinunciare al cinema, agli aperitivi con gli amici, ad andare in ufficio con la metro. Perché è quello che vogliono i terroristi». «Siamo obbligati a tornare a quella vita – concorda Andrea Murgia, da 12 anni funzionario della Commissione europea, nel 2013 candidato alle primarie per il governatore del centrosinistra –. È normale che siamo tutti spaventati. L’aeroporto e la metro sono luoghi che noi frequentiamo tutti i giorni, ci potevo essere io, o qualcuno che conosco. Questa vulnerabilità fa paura, ma non possiamo cedere al terrore».

Per la Commissione europea lavora anche Raimondo Serra, di Samassi da 20 anni a Bruxelles. Ieri, però, è rimasto a casa, il suo ufficio si trova proprio sotto la stazione di Maelbeek. «Martedì sono stato fortunato, ho preso un mezzo diverso dal solito e sono arrivato al lavoro con il treno. Purtroppo il rischio è diventata la routine. In questi mesi era un allarme continuo, ma si continuava a vivere, a lavorare, a prendere i mezzi. E continueremo a farlo. Hanno voluto colpire l’Europa nel suo simbolo, ma dobbiamo reagire come gli inglesi nella Seconda guerra mondiale: mantenere la calma e andare avanti». «Martedì potevo esserci io – racconta Claudia Copersito, designer di Alghero –. Non è andata così, sono stata fortunata. Sto bene, fortunatamente, ma ammetto di essere turbata. Ogni città in cui ho vissuto, da Barcellona a Londra, a Bologna, mi ha cambiata, in meglio credo. Quello che sta avvenendo in queste ore a Bruxelles invece ho timore che non avrà lo stesso effetto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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