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il giorno dopo

La capitale si risveglia sotto choc

La capitale si risveglia sotto choc

Si cerca di ricominciare fra strade ancora deserte e controlli serrati

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BRUXELLES. Il giorno dopo la tragedia, il dolore resta sospeso nel silenzio innaturale che avvolge la città. Poche persone in giro, pochi mezzi pubblici e molti negozi chiusi. Solo un posto è affollato: il memoriale in centro, alla Bourse, dove per tutto il giorno vanno e vengono a centinaia per lasciare fiori, disegni, bandiere e accendere una candela. Ma è difficile piangere i morti insieme, unirsi nella sofferenza per una città che è fatta di separatismi.

Gli stessi belgi sono divisi tra valloni e fiamminghi, poi ci sono i musulmani, gli “expat” della comunità internazionale da 28 Paesi diversi e infine tutte le altre minoranze. Ognuno con il proprio stendardo si ritrovano attorno al tappeto di piccole fiamme e provano a cercare un’unità. Ma ci vorranno diverse ore prima di trovare una sintonia.

Nonostante le scuole siano aperte, le strade che portano a la Bourse, cuore del centro di Bruxelles, sono semideserte. E lo è anche la Grand Place. Insolito per una settimana pasquale, di arrivi di turisti. Ma una volta nella piazza della Borsa, lo spettacolo è tutt’altro: le scale dell’edificio neoclassico sono gremite di persone di tutte le età e le bandiere del Belgio addobbano le grate in cima e le statue. A terra, una distesa di candele, bandiere di tanti Paesi, scritte coi gessetti colorati portati apposta per lasciare un messaggio. Le persone depongono il proprio ricordo, poi restano a contemplare quel tappeto di colori. In prima fila ci sono donne velate, uomini musulmani, ebrei con la kippah. Un’ex cantante lirica si esibisce in un’aria dal Rinaldo di Handel che si chiama “Lascia che pianga”. Ad un certo punto un gruppetto di ragazzi musulmani decide di rompere il silenzio, e uno di loro improvvisa un comizio: «L’Islam non dice di uccidere, anzi condanna chi lo fa, i terroristi non c’entrano niente con noi. Questo non ha niente a che vedere con l’Islam».

Un ebreo sulla cinquantina, con la kippah in testa, sale sui fiori e gli va incontro per abbracciarlo. E parte l’applauso forte della folla multietnica, che a quel punto decide di scambiarsi un segno di pace e si prende per mano.

Tornare a casa per questo fiume di persone non sarà facile, un po’ per i mezzi pubblici dimezzati e un po’ perché alle stazioni della metro, che comunque chiuderanno dalle 19, ci sono lunghissime code per entrare. Colpa dei nuovi controlli di sicurezza: per entrare bisogna essere perquisiti da soldati armati che non controllano solo borse, buste e valigie ma anche cosa c’è sotto i cappotti. Ma nessuno protesta. Se questo è il prezzo della sicurezza, lo pagano volentieri.

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