La Nuova Sardegna

La convivenza dell’Occidente con la paura

di GIANFRANCO BETTIN
La convivenza dell’Occidente con la paura

Mafia e terrorismo non ci hanno cambiato Ma il pericolo viene da chi è percepito diverso

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di GIANFRANCO BETTIN

Bisognerebbe guardare con più rispetto alla paura. Con più rispetto e più intelligenza, specialmente in giorni, in anni, come questi, in cui l’insidia sembra potersi celare ovunque, nei luoghi stessi della vita quotidiana. Anni in cui, peraltro, si intuisce che con questa paura si dovrà convivere a lungo. Sarà dunque bene farsene una ragione. Letteralmente: “farsene una ragione” significa razionalizzare qualcosa che altrimenti ci si presenterebbe, e a volte si impossesserebbe di noi, in maniera opposta, irrazionale appunto. Esattamente l’obiettivo di chi si è fatto saltare distruggendo decine di vite insieme alle proprie a Bruxelles, e prima a Parigi e prima ancora altrove. Analizzare la paura significa farne non la cattiva consigliera che diventa quando ad essa ci si abbandona ciecamente, ma la consigliera accorta che è quando la si indaga con acutezza, magari con sofferta consapevolezza.

Come il dolore, la paura è il naturale sintomo di una ferita, della rottura di un equilibrio. Quando non possiamo medicarci da soli, per eliminare il dolore ci dobbiamo mettere nelle mani di medici affidabili, ai quali consegniamo il nostro corpo. E quando abbiamo paura? Gli stati moderni - ma forse tutti i poteri, da sempre, dalla notte dei tempi - nascono da questo affidarsi ad essi in cambio dell’assicurazione che ci proteggeranno da ciò che ci fa paura. E spesso a intimorirci è l’Altro - chiunque Altro a volte. "Homo homini lupus": la dura e disincantata massima attribuita di solito a un Hobbes stracitato dopo l’11 settembre 2001, in realtà è di tradizione assai più antica, come ricorda Carlo Ginzburg in un saggio di lucente e inquietante attualità (“Rileggere Hobbes oggi” in “Paura, reverenza, terrore. Cinque saggi di iconografia politica”, Adelphi 2015).

Lo scambio tra sicurezza e sottomissione viene dunque da lontano, come il nesso di causa ed effetto tra pericolo e paura. Le società occidentali devono reimparare a gestirlo, questo scambio. Situazioni di paura che hanno generato richieste di sicurezza ne hanno in realtà vissute anche prima di questi anni. L’Italia, ad esempio, ha conosciuto stragi fasciste (e di stato) e attentati brigatisti, orrendi delitti di mafia e violenze efferate di delinquenti comuni o di psicopatici, e tutto sommato ha saputo resistere quasi sempre con misura sia a complotti politici per stravolgerne lo stato di diritto sia alle grida e alle forzature tentate ricorrentemente dagli “imprenditori politici della paura”. Ma questa volta è diverso. Il pericolo viene da chi è descritto e spesso percepito come un Altro che più Alieno non si può, e non importa se è nato e cresciuto nelle nostre città: importa che si profili agli occhi di una certa opinione pubblica come il combattente di una guerra per noi incomprensibile e terrorizzante.

I titoli che gridano alla guerra, i discorsi che la rilanciano, colgono un aspetto costitutivo della paura dei nostri giorni e anche un contenuto effettivo di ciò che muove i devoti del jihad. La gente impaurita teme infatti i disastri rovinosi che la parola guerra evoc. a, così come è pur vero che i loro autori in guerra si sentono sul serio. Dopo l’11 settembre si era più accortamente parlato, dapprima (poi le “guerre infinite” di Bush e c. hanno confuso tutto), di “guerra asimmetrica”, combattuta cioè in maniera spiazzante, non convenzionale da chi attacca le nostre città. Descriverla, come si è tornati a fare, come se fosse il solito terrorismo - cioè l’irruzione contingente della violenza nella vita quotidiana, mera parentesi anche se atroce - o come se fosse la guerra di sempre - cioè scontro di eserciti, da vincere magari bombardando o a colpi di droni - significa confondere ancora le cose e, in definitiva, aumentare le paure più irrazionali e favorire nella legislazione e nella gestione politica delle crisi il prodursi di quegli "stati di eccezione" sempre forieri di gravi pericoli per la democrazia (oltre che in genere inefficaci).

Senza entrare nella questione di come sbrogliare il garbuglio geopolitico e strategico dell’attuale contesto internazionale (specie nel vicino Oriente e nel nord Africa) da cui queste vicende scaturiscono, limitandoci a ragionare sulle possibile derive emotive interne appare urgente un richiamo a restituire pregnanza e verità alle parole al fine di illimpidire idee e sentimenti. Siamo dentro una guerra asimmetrica, che genera una paura che non va demonizzata, banalizzata o esorcizzata. Va, appunto, rispettata e considerata.

E questa guerra va decostruita in tanti modi - politici, diplomatici, militari - ma anche nelle menti. Non sarà breve: per questo per vincere questa paura, e anche questa guerra, bisogna preparare ragionevolmente ed emotivamente la pace.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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