Più telecamere e più divise nelle strade
Più divise e più telecamere. Ma anche maggiore lavoro di intelligence, controlli incrociati, intercettazioni. Per frenare la piaga degli atti intimidatori servono deterrenti ma anche un lavoro di...
Più divise e più telecamere. Ma anche maggiore lavoro di intelligence, controlli incrociati, intercettazioni. Per frenare la piaga degli atti intimidatori servono deterrenti ma anche un lavoro di investigazione accurato. Che oggi, nonostante l’impegno, non porta i risultati sperati perché le forze e i mezzi impiegati sono insufficienti. La prima richiesta che l’Anci ha fatto al ministro Alfano è quella di non abbandonare l’isola: lo Stato deve essere presente, mantenere i suoi presìdi. Come i commissariati e le caserme dei carabinieri. Cercando, possibilmente, «di creare legami forti tra le forze dell’ordine e le comunità – dice Pier Sandro Scano (foto) – evitando gli spostamenti troppo frequenti del personale». Ma il supporto tecnologico è fondamentale: l’isola, soprattutto nelle zone più a rischio e già segnate da attentati ai danni di amministratori, deve essere provvista di impianti di videosorveglianza. Un mese fa per questo è stata accolta con soddisfazione la notizia del reperimento di fondi da parte della Regione: le telecamere arriveranno in quasi 100 Comuni grazie alla disponibilità di fondi per 7 milioni di euro. I primi destinatari saranno i centri nei quali il partito delle bombe e del cerino continua a fare la voce grossa. (si. sa.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
