Un inferno di fuoco nelle acque di Livorno
SASSARI. Il fumo usciva ancora dagli oblò e dalle sale e saliva alto verso il cielo azzurro. Le lamiere annerite della nave brulicavano di piccoli oggetti rossi che si muovevano freneticamente,...
SASSARI. Il fumo usciva ancora dagli oblò e dalle sale e saliva alto verso il cielo azzurro. Le lamiere annerite della nave brulicavano di piccoli oggetti rossi che si muovevano freneticamente, correvano da poppa a prua del grande traghetto. Dopo un’inutile notte di battaglia contro il fuoco in mezzo al mare e un altro giorno trascorso a raffreddare con gli idranti le fiancate incadescenti, la “Moby Prince” era stata trainata nel porto di Livorno con il suo carico di morti. I vigili del fuoco salivano a frotte lungo le scalette, uno scambio continuo perché non era possibile resistere troppo a lungo su quei resti devastati dalle fiamme e ancora bollenti. Le suole delle scarpe s’incollavano sul piano di calpestio della nave, ma loro, i pompieri, continuavano a lavorare senza soste. Eroi senza nome, che hanno lottato e messo anche a rischio la loro vita nel vano tentativo di riuscire a salvare qualcuno che chissà come sarebbe dovuto riuscire a salvarsi dal fuoco. In quei momenti la speranza moltiplicava le forze. Ma poi, ogni scomparto che veniva raggiunto rimandava indietro ogni sogno di vita.
Come dimenticare quei giorni. I parenti dei 140 morti della Moby Prince non erano ancora arrivati, ma a piangere davanti a quei resti distrutti dalle fiamme c’erano quegli uomini con i giubbotti rossi e il caschetto. Calde lacrime rigavano i volti di quei vigili del fuoco, che cercavano di nasconderle dietro le maschere antigas quando, scendendo dai resti della nave, incrociavano gli sguardi disperati dei parenti che speravano. Speravano e basta, perché non si poteva neppure pensare che dentro quelle lamiere incandescenti qualcuno si fosse salvato.
Nonostante la frenesia dei soccorsi, nonostante il dolore dei familiari e degli amici delle vittime, tutti sistemati in un grande hangar all’interno del porto, il ricordo più nitido è quello di un silenzio irreale. Solo il rumore dei motori dei rimorchiatori, che continuavano a sparare acqua per raffreddare le lamiere annerite.
Poi, il momento più difficile e doloroso. La conta dei morti. I nomi dei passeggeri che sarebbero dovuti essere a bordo, la speranza che qualcuno fosse arrivato in ritardo. Sì qualcuno c’era, ma chi aveva perso la nave della morte era rimasto lì a piangere con i parenti di chi invece sulla «Moby Prince» era salito, anche soltanto all’ultimo momento.
Al centro dell’hangar un grande tavolo nel quale ogni tanto arrivavano i tabulati con i nomi dei morti. Poi, le prime bare. Il dolore. Che diventava insopportabile, anche solo da vedere, quando a genitori, fratelli, figli venivano mostrati oggetti recuperati all’interno della nave.
Dentro molte bare non è stato messo altro che una medaglietta, una fede, un orologio, una catenina. E il ricordo struggente di chi li aveva amati. (plp)
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