“Scatole” per le tangenti, il tesoro di Pinna all’estero
L’ingegnere si vantava: «Ogni società fattura due milioni e mezzo. Ne ho tre» Il piano per far rientrare i capitali in Italia e la paga del socio serbo: 300 euro
NUORO. Le sue società avevano nomi pretenziosi, le più svariate denominazioni fiscali, talvolta sedi esotiche, ma lui le chiamava per quel che erano: “scatole”. Il regista degli appalti pilotati, l’ingegnere jr Salvatore Pinna di Desulo, parlava così delle società che aveva creato per fatturare in modo fittizio lavori che non erano mai stati eseguiti, in particolare all’estero. È quanto emerge dall’ordinanza dei giudici di Oristano, dove intercettazioni, riscontri bancari e societari giocano un ruolo fondamentale nel portare alla luce il complesso sistema di corruzione messo in piedi, secondo l’accusa, dal professionista desulese. Un uomo scaltro, indubbiamente, come gli viene riconosciuto dal più umile dei suoi compaesani sino ai colletti bianchi che frequentava (docenti universitari, consiglieri regionali e parlamentari, alti funzionari di enti statali). Così scaltro, Salvatore Pinna, da dare persino consigli se non lezioni di norme fiscali internazionali al proprio commercialista, Enrico Gaia di Cagliari, il cui nome compare nell’inchiesta (va precisato che non è neppure indagato). Lo stesso Gaia, quando è stato sentito dagli inquirenti, ha dichiarato come la contabilità della società madre, la Essepi Engineeering, fosse totalmente inattendibile.
Parlando ad esempio della società che aveva creato in Serbia, con sede a Belgrado, la Essepi Engineering Balcani, Pinna spiega che il suffisso d.o.o. è l’equivalente dell’italiano srl, società a responsabilità limitata. In sostanza, questa e altre società (esiste un’altra Essepi nel Qatar, a Doha, per esempio), servivano a Pinna per farsi pagare tangenti da imprese, mettiamo legate alla costruzione della strada statale Sassari-Olbia, lontano da occhi indiscreti, e dunque all’estero, dove quelle stesse imprese avevano a loro volta società fittizie. Una procedura dai tempi lunghi, come la definì lo stesso Pinna in una conversazione con il sodale Angelo Stochino, ma una “strategia intelligente”. «Con ogni società – dice Pinna – fatturo mediamente due milioni e mezzo di euro l’anno». Che moltiplicato per le tre società a lui riconducibili venute alla luce fa 7 milioni e mezzo.
Il rientro in Italia generalmente era garantito da altre fatturazioni fittizie, dove la Essepi con sede a Cagliari emetteva richieste di pagamento verso le “consorelle” all’estero o le imprese amiche per lavori mai effettuati (dalle false fatture emerge una competenza nel settore delle ferrovie che non trova riscontri nella realtà).
Non sempre questo poteva avvenire, però, e così Pinna si era ritrovato nelle casse della società di Belgrado un tesoretto niente male, circa 400mila euro. Che fare? Posto che i soldi potevano essere ritirati tranquillamente in contanti nella filiale serba dell’Unicredit, dove appunto si trovava il conto della Essepi Balcani, restava il problema di come passare la frontiera con una somma così importante. Pinna, grazie al cognato Paolo Manca, ex militare della guardia di finanza e suo socio in varie attività, sa che i controlli negli ultimi anni sono stati intensificati. E propone proprio al cognato di andare a prenderli, in cambio di 50mila euro. Il professionista desulese spera infatti che i finanzieri al servizio di dogana non controllino un loro ex collega. Manca lo gela con un rifiuto («ma sei scemo!»): non per un rigurgito di onestà, ma perché ritiene che sarebbe stato tra i primi a essere sottoposto a controllo.
Dalle complesse indagini della guardia di finanza e dei carabinieri emerge anche come, secondo un malcostume legato alla globalizzazione economica, Pinna abbia ben pensato di aver referenti negli stati esteri in cui svolge le sue operazioni finanziarie. In Serbia, per esempio, lavora per lui l’ingegnere Starec Bojan, che ha il compito di fatturare lavori mai eseguiti che altro non sono che tangenti. Il fatto che operi anche per altre società italiane rende possibile questo meccanismo. Nelle sue mani passano tangenti anche per centomila euro, ma Pinna ironizza su quanto poco gli costi: «È pagato da una società romana (Italiana Costruzioni, ndr) con cui dividiamo una quota. Tiene tutto, telefono, contabilità... Gli diamo 300 euro al mese».
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