«Terrorizzati e con segni di violenza»
Parlano medici, volontari e mediatori che hanno aiutato tantissime persone salvate dal mare
CAGLIARI. Scendono dalla scaletta a fatica, gli operatori della polizia scientifica fanno scoprire loro il capo per la fotografia abbinata a un numero che il mediatore culturale delicatamente appoggia al petto e poi si avviano verso le tende allestite apposta per loro, le donne: sono 112, ad attenderle ci sono medici, volontari, mediatori e, per la prima volta da quando è cominciata l'emergenza immigrazione (giugno 2014) anche dagli psicologi che parlano inglese e francese. Sono stanchissime le donne, molte zoppicano, alcune vengono fatte sedere sulla sedia a rotelle. Scende una bambina scalza e vestita di nero. Quando arriva davanti all'agente della Scientifica toglie il mantello che le copre anche il capo e si vede la sua gravidanza. La bambina è sola, ci sono altri minori soli, alcune donne con i figli piccoli, poi le due mogli di un uomo che ancora non è potuto scendere. Le donne barcollano fra le braccia dei volontari della protezione civile giunti anche da Olbia, ma si fa in modo che siano i mediatori a prenderli sotto braccio davanti alla scaletta per muovere i primi passi in terra sarda. Si comincia a chiedere l'età, se viaggiano sole o hanno avuto la fortuna di venire con un marito.
Silvana Tilocca è il medico responsabile del servizio promozione salute della Asl 8, in due anni ha visto 6mila migranti «6mila storie drammatiche - racconta - che bisogna conoscere per capire cosa siano per queste persone i viaggi verso l'Europa. In due anni abbiamo osservato i segni di torture, flagellazioni, fame, stupri. Noi un corpo flagellato non l'avevamo mai visto, un ragazzino aveva la scabbia e dei profondi solchi sulla pelle. Ci spiegò che per avere del pane gli imponevano l'umiliazione di 10 frustate, se ne chiedeva altro gli davano 20 frustate». Genet è mediatrice culturale e linguistica, un'eritrea da 21 anni in Sardegna: «Prima l'immigrazione era maschile, ora non ha più sesso né età. Scappare non è più una scelta ma un obbligo, per sopravvivere. Quasi tutte le donne vengono violentate dai trafficanti. La schiavitù moderna oggi si consuma nel deserto del Sahara, in Libia, molte arrivano con i bimbi frutto della violenza. Gli uomini di Daesh (Isis)fanno un contratto di matrimonio a tempo, le sposano per mezz'ora o per un mese, il tempo della violenza, poi le ripudiano e le chiudono in una gabbia. Sono giovanissime, spesso restano incinte e in gabbia portano a termine la gravidanza e partoriscono. Siccome sono state ripudiate sono considerate peccatrici e quindi vengono continuamente umiliate. Una donna è stata violentata di nuovo subito dopo il parto. Centinaia di donne poi spariscono, ma noi non sappiamo a chi chiedere perché non c'è uno Stato. Quando vengono qui e si ritrovano in un'isola protestano non perché rifiutino la Sardegna, che non conoscono, ma perché l'insularità per loro è un limite e la loro mente debole e maltrattata ha difficoltà a sopportare un'altra chiusura. Colgo l'occasione per dire una cosa – conclude Jenet –: ci sono tante persone che ci aiutano nell'accogliere i migranti, chi si lamenta è una minoranza: o sono politici, o persone disinformate oppure uomini e donne che vivono un disagio e protestano».
I mediatori Omar Zaher e Hassan Laoudini spiegano che i migranti non sanno dove sia la Sardegna, quando arrivano qui e scoprono che è un'isola si spaventano perché c'è ancora mare da attraversare prima di arrivare in Europa. Già in Libia, durante il viaggio ricevono «informazioni sbagliate da loro parenti». Ieri due donne coi bimbi di tre e sei mesi non volevano firmare, erano terrorizzate. Con loro ha parlato la mediatrice Fatima Kouchrad: «Anche fra i migranti arrivati il 21 marzo c'era una musulmana che se ne voleva andare, era incinta. Si è sentita male, una volontaria l'ha portata al policlinico e non l'ha mai lasciata sola. Quando è tornata, contro la volontà del marito in Africa e contro la legge religiosa che vieta i nomi non arabi, ha annunciato che sua figlia si chiamerà Rosy, come la donna sarda che l'ha aiutata». (a.s.)
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