Bufera in Regione per il giuramento di Giovanni Satta

Il consiglio regionale

Indagato per traffico di stupefacenti, il neo eletto prenderà possesso del seggio. Ma l’elenco degli indagati o degli imputati in attesa di sentenza che siedono fra i banchi del Consiglio è lungo

CAGLIARI. L’imbarazzo è tanto e le polemiche sono a più non posso. Fuori e dentro il Consiglio regionale. Molto anche su Facebook, dove un comitato spontaneo protesta da giorni fino a invocare: «Negate a Giovanni Satta, è stato in carcere per associazione a delinquere, di mettere anche solo piede nel Palazzo». Però è impossibile: il primo dei non eletti in Gallura per l’Uds ha invece pieno diritto – può sconcertare, lasciare perplessi ma è così – non solo all’ingresso dalla porta principale: quel seggio è suo, ha scritto l’Ufficio elettorale regionale. E infatti questo pomeriggio, alle 16, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica, prenderà possesso della poltrona, del titolo di onorevole e dell’alto stipendio conseguente. Non può essere altrimenti: da giovedì scorso non è più rinchiuso nel carcere di Bancali e da quel giorno ha riconquistato il diritto al seggio grazie alle 1.522 preferenze, nel 2014 nel seggio gallurese, e a una legge elettorale ancora incomprensibile nonostante decine di ricorsi e altrettante sentenze.

La storia. In cella Giovanni Satta c’era finito il 6 aprile per aver partecipato – secondo la Procura antimafia – a un traffico internazionale di stupefacenti. Ma dopo ventidue giorni il Tribunale del riesame ha annullato l’arresto. Certo non l’accusa, però a quel punto Giovanni Satta è ritornato a essere «un indagato a piede libero in attesa di giudizio», e non esiste una legge che oggi possa tenerlo fuori dal Consiglio. Neanche quella ferrea come lo è la legge Severino contro la corruzione e il malaffare in politica. Se Satta fosse rimasto in cella il posto in Consiglio non l’avrebbe avuto e infatti la procedura di sospensione era stata avviata d’ufficio, mentre fino a quando resterà indagato quel seggio è e sarà suo. Il resto della storia, rimarrà in carica o meno, invece potrà essere scritto solo dopo la sentenza di primo grado che però in ipotesi potrebbe essere anticipata anche da una richiesta di archiviazione prima del processo. Solo in caso di assoluzione, Satta ha sempre respinto le accuse, rimarrà in carica, altrimenti, lo impone la Severino, sarà sospeso.

Caso politico. Al di là di quello che produrrà, presto o tardi, la macchina giudiziaria, la vicenda Satta è anche un caso politico. L’imbarazzo in Consiglio è palese e tra l’altro ha riacceso vecchie polemiche sulla presenza di molti indagati (sono una dozzina su 60 consiglieri) in questa legislatura, più il vicepresidente Antonello Peru: è in carcere per l’inchiesta su Sindacopoli e gli appalti truccati. Sta di fatto che il vicepresidente del Pd in Consiglio, Roberto Deriu ha ottenuto la convocazione del gruppo un’ora prima del giuramento di Satta. Fonti del partito fanno sapere che l’incontro ci sarebbe stato lo stesso, «perché così accade ogni qualvolta è aggiunto un punto all’ordine del giorno ed è accaduto questo per il giuramento del nuovo consigliere». Però, senza star dietro alla prassi, il confronto sarebbe stato «comunque necessario e dovuto» per Deriu. Che ha detto dopo aver saputo dell’intenzione di qualche consigliere di disertare il rito del giuramento. «Non si può invocare – le sue parole – l'obiezione di coscienza e magari non partecipare alla seduta, bensì serve una presa di coscienza. C'è un problema di credibilità del Consiglio che va separata dalla vicenda privata: abbiamo il dovere di dare un segnale. C'è un problema di legge elettorale da modificare, visto che ha provocato vari ribaltoni e c'è un problema costituzionale. Affrontiamo la questione e discutiamone senza nasconderci». Quale sarà l’esito della riunione del gruppo Pd è difficile se non impossibile da prevedere. Alla vigilia dell’ingresso di Satta in Consiglio le posizioni sul «cosa facciamo», e non solo fra i democratici, sono diverse. C’è chi avrebbe deciso di entrare in aula solo dopo il giuramento, alcuni avrebbero pensato di prendere le distanze in altro modo. Ma non Roberto Deriu: «La fuga non serve, confrontiamoci a viso aperto».

In aula indagati e imputati: ecco chi sono. L’elenco degli indagati o degli imputati in attesa di sentenza che siedono fra i banchi del Consiglio è lungo. I coinvolti nell’inchiesta sui fondi ai gruppi sono due di Fi, Oscar Cherchi e Alberto Randazzo, due del Pd, Gavino Manca e Franco Sabatini, uno a testa fra Udc, Giorgio Oppi, che è sotto processo anche per una presunta truffa nei rimborsi spese quand’era assessore per la partecipazione al congresso nazionale del partito, Psd’Az, Christian Solinas, e Uds, Mario Floris. Poi c’è la posizione del presidente del Consiglio ed ex sindaco, Gianfranco Ganau, Pd, legata al Piano urbanistico di Sassari. Mentre l’ex presidente della Regione Ugo Cappellacci (Fi) è sotto processo a Roma per la P3 e il fallimento di una società pubblica a Carloforte. Sotto inchiest a ci sono anche Roberto Deriu (Pd) per l’alluvione del 2013 e Gianluigi Rubiu (Udc) per l’Igea.

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