La Nuova Sardegna

Lo stop dell’aula a Satta giuramento rinviato

di Umberto Aime
Lo stop dell’aula a Satta giuramento rinviato

La riunione dei capigruppo fa slittare a oggi la proclamazione dell’indagato

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CAGLIARI. Alla fine a vincere sarà lui, Giovanni Satta dell’Uds. Non c’è riuscito al primo round, il giuramento è saltato, ma oggi di sicuro prenderà possesso del seggio. Nulla, neanche uno straccio di legge, può negargli quello che potrebbe sembrare un cazzotto negli occhi, e invece è un suo diritto. Con avvitamenti d’ogni tipo pari all’imbarazzo, al terrore, vissuto dalla mattina alla sera, il Consiglio regionale ci ha provato a fermare l’ingresso. Non c’è riuscito, non aveva mezzi: la legge anche quella peggiore, va rispettata, applicata. Non puoi essere d’accordo, ma non c’era e non ci sarà scampo. Oggi, alle 10 puntuali, Giovanni Satta giurerà, entrerà in aula, sarà un consigliere regionale, anche s’è indagato (non più detenuto) per «associazione a delinquere finalizzata a un traffico internazionale di stupefacenti a Olbia e dintorni», dall’ordinanza di custodia cautelare, e ha sulle spalle ventitrè giorni di carcere. Fino a quando non sarà riconosciuto colpevole, basterà anche solo una prima sentenza del Tribunale, quel seggio sarà suo. Sarà di Giovanni Satta, candidato eletto dell’Uds, nel collegio della Gallura. Per ordine della magistratura, che l’ha proclamato quand’era ancora in cella e poi scarcerato senza però liberarlo da neanche un reato ed è questo il fardello più pesante. Per lui, il Consiglio regionale, per tutti.

Surreale. Un Palazzo che ha già vissuto, nella passata e in questa legislatura, l’onta dei consiglieri arrestati quasi in aula, tre, e degli indagati o imputati, sono una dozzina gli attuali, non è riuscito a viversi bene una giornata tremenda, allucinante, affollata, confusa, zeppa d’incontri, vertici e crocicchi senza speranza. Il Consiglio ha provato a salvare la faccia, a mettersi al riparo dalla pessima immagine che rimbalzava dall’interno all’esterno e viceversa. Non c’è stato proprio nulla da fare: imprigionato, messo all’angolo da sentenze, ordinanze e decisioni di troppi giudici, ha capitolato. Con l’onore delle armi, perché non ha colpe se non quella di aver votato e approvato, anni fa, una legge elettorale sconquassata, capace addirittura, con un voto segreto e trasversale, di negare persino pari dignità alle donne candidate. Con queste premesse, quanto accaduto ora dentro e intorno al caso Satta (al di là di come finirà il processo a carico dell’ormai neo-consigliere) e in passato col carnevale dei seggi in bilico, sembra essere arrivata davvero una condanna postuma e biblica.

L’attesa. La mattina è trascorsa avvolta in un’area dove tutti sapevano quanto sarebbe successo di lì a poche, ma nessuno aveva voglia di parlare, meno che mai in pubblico, del «problema» in arrivo. Il clima si è acceso alle 15.12, ora e minuti dell’inizio di una danza triste prima negli uffici dei gruppi, in Aula poi. A riunirsi è stato il Pd, sollecitato con una presa di posizione dal vicecapogruppo Roberto Deriu, contrario a una presunta obiezione della coscienza, alla fuga davanti al problema. Poi, alla spicciolata, si sono riuniti Forza Italia, Sel, i Rossomori e gli altri: quasi volessero passarsi il cerino di mano in mano. Senza scottarsi, è ovvio. Ma da ogni vertice volante tutti, nessuno escluso, sono usciti con un nulla di fatto, in silenzio, a testa china. Muti e impotenti fino alle 16.15, ora e minuti dell’inizio della seduta.

La corsa. Fino all’ultimo i consiglieri, quelli che hanno avuto il coraggio di esserci comunque senza sfruttare il trucchetto del congedo dell’ultim’ora, si sono dannati l’anima per trovare almeno una pezza. Mentre nel frattempo Giovanni Satta aveva già varcato da tempo la porta principale, portandosi dietro un po’ di familiari, attirando giornalisti, tanti, e anche abbastanza curiosi. L’ex sindaco di Buddusò ha scelto una saletta del transatlantico e da lì si è detto pronto, prontissimo, a rispondere alla chiamata ufficiale. E gli altri, i suoi futuri colleghi, che hanno fatto? Si sono rinchiusi in un improvviso conclave disperato, ma sempre inutile.

Il tentativo estremo. È stato Pietro Cocco del Pd a chiedere, con urgenza e in aula, la riunione dei capigruppo, l’organo supremo dell’Assemblea che decide e può cambiare se vuole l’ordine del giorno. Riunione concessa, ha detto il presidente Gianfranco Ganau. Per due ore abbondanti, resteranno chiusi, asserragliati in una stanza. Indiscrezioni raccolte alla rinfusa accennano a discussioni furiose, a soluzioni ipotizzate per uscire dall’imbarazzo e alcune pare anche strampalate rispetto al rigido regolamento interno e alle leggi. Ma neanche i capigruppo saranno capaci di trovare una via d’uscita: non c’è. Alle 18.30 sono riapparsi, uno dopo l’altro, in aula. Sempre a testa china, ancora senza scampo, sconfitti. Fino a quando non c’è stato l’annuncio liberatorio: «La seduta è rinviata». A oggi, per l’inevitabile giuramento di Giovanni Satta dell’Uds.

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