Giovanni Satta giura ma nell’aula regna il gelo
Per l’ex sindaco di Buddusò cerimonia lampo senza applausi e strette di mano Ma il suo caso fa riesplodere la questione morale all’interno del Consiglio
CAGLIARI. Giovanni Satta ha giurato nel gelo. Il Consiglio regionale l’ha accolto senza far festa. Una sola stretta di mano ufficiale, quella del presidente Gianfranco Ganau, due volanti nell’ordine con Giorgio Oppi e Mario Floris, nessun applauso. Neanche il rito laico della bicchierata è stato concesso all’ex detenuto, che resta sempre un indagato a piede libero per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti.
Su la serranda. Il caso è chiuso, anche se per metabolizzarlo ci vorrà ancora del tempo. Sta di fatto che in queste ore il Consiglio regionale, che forse sull’argomento s’era fin troppo assopito, ha ripreso coscienza dell’esistenza di una questione morale non solo esterna: è anche interna. O ancora meglio della necessità di rafforzare una «coscienza morale» reale, collettiva e personale. Tra l’altro, quasi nelle stesse ore di un Consiglio in subbuglio, ad aver parlato di anima era stato il presidente nazionale dell’Autorità per l’anticorruzione. Le parole di Raffaele Cantone andrebbero prima o poi scolpite da qualche parte nel Palazzo: «La luce (qui sinonimo di trasparenza) è il più importante disinfettante che esiste». Aprire le finestre per far entrare un bel po’ di luce nuova, a questo punto, sarebbe una splendida idea. Satta o non Satta, e senza neanche dimenticare gli altri dodici indagati o imputati presenti in Aula.
La formula. Preso atto, ventiquattr’ore fa che la legge era tutta a favore dell’ex sindaco di Buddusò, alle 10 e qualcosa è cominciata la cerimonia obbligatoria per ogni nuovo arrivo. Giovanni Satta, che indossava un abito meno scuro del giorno prima, è apparso da dietro una tenda. Pochi passi, per poi fermarsi sull’attenti davanti al seggio più in alto, quello del presidente. Da sempre la formula del giuramento è lunga quanto un sibilo: «Giura fedeltà alla Repubblica e allo Statuto della Sardegna?». Senza abbottonarsi la giacca, il lo giuro di Satta è stato secco fino a risuonare forte in un’aula (presenti una quarantina di consiglieri su sessanta) colpita e ammutolita da una catarsi improvvisa. Stretta di mano del presidente, poi altri venti passi, stavolta con a fianco un commesso-corazziere, ed è entrato nell’emiciclo. Sotto lo sguardo impassibile del vicepresidente della Regione Raffaele Paci e quello immobile degli altri. Niente applausi, sarebbero stati fuori luogo, e neanche pacche d’incoraggiamento, inopportune. Satta ha preso posto al centro (è dell’Uds, dunque all’opposizione), in seconda fila, nel seggio vicino a Mario Floris, leader del movimento. Anche se a spiegargli come in futuro dovrà destreggiarsi con l’insidiosa pulsantiera del rosso o del verde, è stato Giorgio Oppi dell’Udc. Partito in cui è transitato dopo gli esordi nella Dc giovanile e poi la tessera del Partito popolare. Infine l’immancabile brindisi, però solo con i fratelli e qualche amico. Ad aspettarlo non ha trovato nessun altro.
Seggio in bilico. Quello di Satta potrebbe esserlo ancora nonostante le sentenze della giustizia amministrativa. A ricorrere, si sa, è stato Gianni Lampis (Fdi-An), apparso e scomparso in aula per pochi mesi. Ancora una volta, secondo lui, l’ormai riconosciuta pessima legge elettorale del 2013 è stata interpretata male. (ua)
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