Crack Epolis: a giudizio Grauso e altri 17
Confermate dal gup le imputazioni di bancarotta. La rete di giornali travolta da 130 milioni di perdite
CAGLIARI. L’ex editore Nicola Grauso dovrà presentarsi in tribunale il prossimo 21 giugno per rispondere alle accuse di bancarotta legate al crack da 130 milioni della catena di quotidiani free press Epolis, da lui fondata e poi venduta a un gruppo di imprenditori che l’hanno portata a un rapido fallimento. Il gup ha deciso che con lui andranno in giudizio altre diciassette persone tutte legate all’attività dei giornali Epolis e della controllata Pubbliepolis. Uno solo fra gli imputati, Carlo Momigliano, ha scelto il rito abbreviato e andrà di fronte al gup il 21 giugno, per tutti gli altri il dibattimento pubblico si aprirà il 30 settembre. Resta sospesa per stralcio la posizione di Luisella Garau, le cui condizioni di salute non consentono per ora la partecipazione al processo. Imputati a vario titolo di bancarotta fraudolenta, documentale e per distrazione nel procedimento condotto dal pm Giangiacomo Pilia sono il fondatore del gruppo editoriale Grauso, l'ex presidente e consigliere del cda di Publiepolis e presidente di Epolis Alberto Rigotti di Trento, Sara Cipollini di Como, che era amministratore delegato di Epolis e consigliere del cda di Publiepolis, Vincenzo Maria Greco, di Roma, vicepresidente del cda di Publiepolis Francesco Ruscigno, di Aversa. Con loro, per rispondere di accuse meno gravi Alessandro Valentino, Michela Veronica Crescenti, Rosalba e Rosanna Chielli, Anna Abbatecola, Franco Manconi, Giuseppe Virga, J.G.V., Claudio Noziglia, Mauro Marciano, Stefano Gobbi e Franco Raia.
La vicenda: creata nel 2004 una catena di 19 quotidiani fra cui il Giornale di Sardegna con edizioni di Cagliari e Sassari, Grauso venne travolto dall’inconsistenza del progetto editoriale e da risultati commerciali disastrosi. Così passò alla formula free-pay ma la situazione finanziaria del gruppo non migliorò: nel giro di due anni si aprì una voragine finanziaria incolmabile. Grauso decise allora di liberarsi dell’impegno ormai insostenibile cedendo l’attività a un gruppo che faceva capo a Rigotti. Da quel momento, a leggere le carte del procedimento penale, si realizzò una rapida e impressionante spoliazione dell’impresa: se in quel momento - secondo i dati ufficiosi - le perdite del gruppo ammontavano a circa 40 milioni di euro, i conti finali indicheranno un «buco» di 130 milioni di euro, con la scoperta da parte del curatore fallimentare di quote previdenziali non versate, tfr spariti, persino i ratei di mutuo trattenuti sulle buste-paga dei giornalisti affondati in un calderone societario quantomai fumoso e ribollente di sospetti, tra acquisti di auto di lusso, pellicce, gioielli, viaggi mentre gli stipendi dei dipendenti non arrivavano o arrivavano in ritardo. Infine il fallimento e le conseguenti contestazioni di bancarotta sia per i responsabili della società editrice che per quelli della società che si occupava della raccolta pubblicitaria.
Partecipano al processo come parti civili trentatrè fra giornalisti ed ex dipendenti di Epolis, che rivendicano il pagamento di stipendi, contributi e liquidazioni mai ricevuti. (m.l)
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