La Nuova Sardegna

La fuga con un pensiero fisso: il suicidio

La fuga con un pensiero fisso: il suicidio

I ricordi dell’infanzia trascorsa in orfanotrofio: «So già che cosa è il carcere, è meglio farla finita»

3 MINUTI DI LETTURA





CAGLIARI. Igor Diana non aveva un piano di fuga, voleva soltanto farla finita: «Io volevo morire - ha insistito parlando con il pubblico ministero - per quello ho preso la pistola di mio padre, l'ho portata con me per dare un taglio, uscirne fuori...». Fuori dalla casa della morte c'era la vita di sempre e lui ha vissuto ancora una giornata come se fosse uguale alle altre, un passaggio alle slot machine, un giro tra i bar del paese. Con un pensiero fisso: il suicidio. Così ha guidato per pochi chilometri, sino all'uliveto di famiglia. Era quello il luogo scelto per morire, doveva essere un colpo in bocca o nella testa: «Ho provato, ho riprovato - ha raccontato Igor, con gli occhi gonfi e bagnati di pianto - alzavo la pistola, la puntavo su di me... ma non ce l'ho fatta. No, non ho avuto il coraggio». Così il giovane diventato assassino è rimasto all'interno del pick-up, a piangere, a girarsi e rigirarsi nel sedile cercando un sonno che fosse definitivo. La pistola del padre era là, al suo fianco, a indicargli la via d’uscita da se stesso. A metterlo di fronte a un progetto di morte nato e cresciuto negli attimi di un raptus omicida: «Ero là, pensavo, pensavo a mio fratello... ci vediamo così poco, lui lavora, fa il militare e anch’io avrei voluto farlo, ma non mi hanno voluto». L’attesa, i ricordi confusi, le immagini della madre e del padre che muoiono sotto i suoi colpi: «Mi daranno trent’anni di carcere - ha detto Igor Diana al magistrato - ma io so cos’è il carcere perché ho passato dieci anni in orfanotrofio. Il carcere è così, non hai libertà, non hai nulla, soltanto sofferenza e solitudine. Per questo non mi restava che farla finita, ma non ce l’ho fatta e ora dovrò andare in carcere...».

Quando l'elicottero della polizia e dei carabinieri ha cominciato a volteggiare sulla sua testa e gli agenti sono comparsi attorno a quell'eremo finale, forse un luogo destinato a richiamare ricordi dell’infanzia sarda, Igor è tornato alla superficie della realtà: ha spalancato di colpo lo sportello del fuoristrada per accennare una fuga inutile, senza speranza e senza senso. Ha corso a perdifiato in direzione della campagna, ha scarrellato la Beretta per provare una difesa che forse non era una difesa, ha sparato un colpo ma forse era solo un modo perché fossero altri a fare ciò che lui non era riuscito: «Volevo morire, volevo morire» ha ripetuto al magistrato che l'ascoltava. Ma gli agenti di polizia e i carabinieri non sono assassini su commissione, non risolvono i problemi a colpi di pistola. Solo una ferita, lieve: un colpo sparato per fermare, non per uccidere. Il ricovero all'ospedale di Iglesias e la fine di una storia tremenda che apre l’ennesimo fascicolo giudiziario per omicidio volontario: «So cosa mi aspetta - ha detto Igor al pm, senza aspettare le domande - ma non volevo andare in carcere, volevo farla finita... ma non ho avuto il coraggio». (m.l)

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative