Fondi ai gruppi regionali, chieste 14 condanne Il pm:«Tutti colpevoli, sistema degenerato»
I consiglieri e gli ex consiglieri coinvolti nel processo rischiano tra i 2 e i 7 anni di carcere per peculato aggravato. Secondo l'accusa si spartivano i soldi pubblici, incassavano e nessuno faceva domande
CAGLIARI. La richiesta di quattordici condanne tra i due e i sette anni di carcere, tre udienze consumate nell’esame analitico delle posizioni dei consiglieri ed ex consiglieri accusati di peculato aggravato. Ma la requisitoria del pm Marco Cocco è tutta negli ultimi quindici minuti, quelli che hanno preceduto la richiesta rivolta al tribunale presieduto da Mauro Grandesso di sette anni per Giuseppe Atzeri, l’ex leader sardista che risponde anche di un secondo peculato, falso e maltrattamenti per aver «cercato di neutralizzare la funzionaria Ornella Piredda», personaggio chiave del procedimento che porterà più di cento onorevoli davanti al tribunale. Il quarto d’ora finale è stato un atto d’accusa potente, carico di indignazione, rivolto ai protagonisti di quel «sistema degenerato» che aveva trasformato il denaro pubblico in una sorta di «patrimonio esoterico per iniziati» dove tutti sapevano, quasi tutti incassavano e «nessuno faceva domande o qualcos’altro per cambiare la situazione». Allo stesso tempo un riconoscimento pubblico, esplicito, a tratti ammirato per lo straordinario coraggio di chi quel sistema l’ha fatto saltare, costringendo la politica a farla finita coi contributi ai gruppi.
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Ornella PIredda. «La signora Piredda, è stata lei a bussare alle porte della Procura - ha detto il magistrato, rivolgendo lo sguardo sull’ex funzionaria - e malgrado la difesa abbia cercato di denigrarla, i fatti dicono che ha preso l’iniziativa di denunciare e di fermare quel sistema senza alcun interesse personale, al contrario sapendo benissimo che da quella denuncia in poi il suo rapporto con il potere politico si sarebbe inevitabilmente interrotto». Messa all’indice, emarginata, allontanata: «Nell’attimo in cui la Piredda ha chiesto spiegazioni sulle spese al presidente del gruppo misto Giuseppe Atzeri e ha rivendicato i propri diritti per lei è cominciato l’inferno, una stagione da incubo della quale ancor’oggi porta i segni e le conseguenze anche nel proprio fisico, come i periti hanno testimoniato».
Le ritorsioni. Ornella Piredda si è mossa «con la certezza di dover pagare personalmente il proprio coraggio e nell’incertezza dell’esito giudiziario». Per il pm Cocco lei è stata «il batterio-killer, il granello di polvere che ha fatto inceppare quell’orologio svizzero fatto di ignoranza vera o finta, quella realtà brulicante di situazioni degenerate a livelli incredibili». Una mangiatoia generale: «I consiglieri regionali imputati – ha detto Cocco – ritenevano propri i soldi che si spartivano, arrivando così alla considerevole somma di 18mila euro al mese per ciascuno. Una realtà disarmante, dagli elementi riscontrati è possibile stilare una guida dei migliori ristoranti, piatti prelibati, alberghi da frequentare da soli o in coppia, tutti pagati con i soldi del gruppo. C’è stato chi, come Carmelo Cachia, ha messo in conto al gruppo anche il lavaggio della biancheria intima».
Sistema stagno. È vero che non tutti partecipavano al banchetto: «Altri consiglieri, come Paolo Maninchedda e Pietro Pittalis – ha osservato il pm – mostravano di non accettare questo andazzo, non mostravano invece di voler cambiare le cose o comunque non ci riuscivano». Andava tutto liscio e nessuno metteva il naso nei conti dei gruppi regionali («un sistema a tenuta stagna») grazie anche alla connivenza dei funzionari scelti dai partiti: «Il sistema impermeabile del consiglio – ha spiegato il magistrato – si reggeva anche sui dipendenti dei gruppi, assunti senza concorso, compiacenti e fedeli, i quali si garantivano il rinnovo dei successivi contratti tacendo sulle pratiche diffuse e coprivano con una cortina di pudore il loro privilegio di sentirsi vicini al potere».
La compiacenza. Ha continuato il pm: «Quanto più si era compiacenti, meno si correvano rischi di non vedersi rinnovare i contratti. Per fermare quest’andazzo il consiglio regionale ha dovuto eliminare i fondi ai gruppi e stabilizzare con legge i funzionari. Ma se gli altri sono rientrati nei gruppi col sistema del comando, la Piredda è stata tenuta fuori».
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