La Nuova Sardegna

L’IDENTITÀ DI SINISTRA SCOMPARSA

di RENZO GUOLO

di RENZO GUOLO Comunque vadano i ballottaggi, una partita a sé in cui i candidati contano più dei partiti che li esprimono, il primo turno delle amministrative segnala seri problemi per il Pd. Non...

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di RENZO GUOLO

Comunque vadano i ballottaggi, una partita a sé in cui i candidati contano più dei partiti che li esprimono, il primo turno delle amministrative segnala seri problemi per il Pd. Non liquidabili con la generica insoddisfazione espressa in merito dallo stesso Renzi. Dalle urne vengono segnali precisi. Innanzitutto quello di un sempre più problematico insediamento sociale e territoriale dei democratici: il Pd vince nei centri storici e perde nelle periferie delle grandi città o in quartieri in cui il degrado urbano, o le stratificazioni etniche, alimentano quel senso di insicurezza, sociale prima ancora che fisica, esasperato dalla crisi del lavoro.

Un’ipoteca enorme per un partito che, sia pure nominalmente, fonda le sue radici a sinistra: perché mostra come si allentino sempre più i suoi legami con la parte più svantaggiata della popolazione. Una geografia elettorale che conferma un mutamento del blocco sociale di riferimento del Pd, che non può essere surrogato da una rappresentazione ottimistica della realtà. La stessa con cui gli scontenti della globalizzazione si scontrano quotidianamente . Un mutamento che rinvia al tema, decisivo, dell’identità politica e culturale del Pd. La capacità di manovra di un partito può spingersi, infatti, sino a limiti impensabili se ancorata a una salda cultura politica: condizione che permette agli elettori di un partito di comprendere dove la leadership li sta conducendo. Leader come il Togliatti della svolta di Salerno o il Berlinguer del compromesso storico, pur in diverse fasi storiche e della forma-partito, venivano compresi nelle loro proposte proprio perché nessuno metteva in dubbio la loro appartenenza a una cultura politica definita. E così è avvenuto anche per la Spd tedesca quando, a Bad Godesberg, mandò in soffitta il marxismo non certo l’appartenenza alla sinistra, declinata in versione socialdemocratica. Ciò che disorienta molti elettori del Pd è, invece, una linea sprezzante verso uno dei principali filoni culturali del partito, quello più marcatamente di sinistra mentre ammicca, non solo tatticamente, a destra. Elettori che, per vocazione e sentire riformista , non si riconoscono in esperienze minoritarie e, dunque, per ora, si astengono. In attesa di una diversa offerta politica, dentro e fuori il partito. Una crescente dissidenza, visibile già nelle ultime regionali, confermata in questo turno amministrativo. Insomma, il Pd non solo non sfonda a destra, che come dimostra il voto di Milano e di altre città, è ancora forte quando cessa di essere ostaggio del tramonto berlusconiano, ma perde a sinistra tra i suoi elettori tradizionali E perde anche a favore del M5s: come a Bologna, Torino, Roma. Non riuscendo a svuotare nemmeno il serbatoio giovanile pentastellato, inutilmente solleticato con messaggi ottimistici che fanno a pugni con la dura realtà della precarizzazione o le demagogiche mancette dei cinquecento euro. ai diciottenni. Un universo giovanile piuttosto attratto da un corale astio verso i partiti al quale Renzi stesso, fautore della personalizzazione della politica e della scomparsa dei corpi intermedi in favore di una democrazia carismatica fondata sul diretto rapporto tra leader e “popolo”, ha fornito molte munizioni.

Del resto, Renzi ha sempre pensato al partito non come a una comunità legata da vincoli culturali e valoriali, né come a un attore capace di fungere da selezione e filtro di interessi sociali. Nella sua concezione del mondo il partito è, essenzialmente, un comitato elettorale, un veicolo posto al servizio della strategia del leader. Una visione del mondo che non gli consente di comprendere pienamente le dinamiche societarie e la rabbia contro una crisi di rappresentanza, che si fa sempre più disperata. E che mostra come l’idea della politica senza territorio, e senza precise identità culturali e appartenenze sociali, ben visibile nel tentativo di spostare l’attenzione sul referendum costituzionale, anch’esso personalizzato, lasci il tempo che trova in una società ancora parcellizzata e politicamente tripolarizzata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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