Nessun dubbio: l’ho visto bruciare l’Opel
Il teste conferma la prima versione dei fatti. In aula anche i parenti di Stefano: «Ora ci dicano dov’è»
NUORO. Alberto Cubeddu è arrivato in tribunale intorno alle 15,30 scortato dagli agenti della polizia penitenziaria. Sguardo fiero, spavaldo, una spavalderia che non ha esitato a mettere in evidenza quando alla vista del fotografo ha mostrato il dito medio. La stessa spavalderia esibita poco prima dal cugino Paolo Pinna nell’aula delle udienze preliminari del tribunale dei minorenni di Sassari davanti al Gip, Stefania Palmas. Era la prima volta che lasciavano il carcere i due cugini accusati di aver assassinato Gianluca Monni, 18 anni, lo studente di Orune ucciso a fucilate l’8 maggio 2015, e Stefano Masala, 30 anni, il giovane di Nule sparito la sera precedente il delitto di Orune.
Entrambi impegnati nel primo confronto in un tribunale. Paolo Pinna, assistito dall’avvocato Agostinangelo Marras, ha ascoltato in aula a Sassari il racconto del testimone che la notte dell’8 maggio aveva accompagnato nelle campagne di Pattada il cugino Alberto a bruciare l’auto di Stefano Masala, presenti anche gli avvocati di Gianluca Monni, in contatto continuo con i familiari dello studente di Orune che non se la sono sentita di partecipare.
Nel pomeriggio a Nuoro, il testimone, visibilmente preoccupato per le minacce ricevute nell’ultimo periodo, accompagnato dai suoi difensori, gli avvocati Sergio Milia e Maria Claudia Pinna, ha ripetuto senza tentennamenti la sua versione dei fatti. I difensori di Alberto Cubeddu, gli avvocati Mattia Doneddu e Patrizio Rovelli, avevano presentato alla cancelleria del tribunale di Nuoro istanza di ricusazione del gip Mauro Pusceddu, che il 25 maggio scorso ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Cubeddu. Secondo i due legali, il giudice aveva anticipato il giudizio sulla colpevolezza del loro assistito, scrivendo a pagina 50 dell’ordinanza che «oltre ogni ragionevole dubbio Cubeddu è penalmente responsabile di tutti i fatti contestati in questa sede». L’istanza di ricusazione è stata respinta dalla Corte d’appello di Sassari. Dunque l’incidente probatorio si è svolto regolarmente. Gli avvocati di Cubeddu hanno ottenuto l’inutilizzabilità del primo interrogatorio del teste risalente al 18 settembre 2015 e poi hanno cercato di mettere in difficoltà il giovane con una serie di domande. Ma il teste ha ribadito quanto detto ai carabinieri e il racconto è stato messo in risalto dai legali della famiglia Monni, gli avvocati Rinaldo Lai, Antonello Cao e Margherita Baragliu, che hanno sottolineato l’importanza della testimonianza e il coraggio in una vicenda tanto delicata. Il testimone ha detto di essere stato coinvolto nell’incendio dell’auto da Cubeddu, dal quale era andato per prendere dei medicinali per i cavalli. Il teste sapeva che l’incendio dell’auto era legato a una questione di assicurazione, ma si era insospettito quando lungo la strada verso Pattada avevano incrociato i carabinieri con il lampeggiante acceso e Cubeddu era partito a tutta velocità. Per poi spuntare a piedi dalla boscaglia qualche chilometro dopo. Quando si era fermato per farlo salire sulla sua auto aveva visto l’Opel Corsa grigia in fiamme. Soltanto qualche giorno dopo, il teste aveva collegato l’incendio dell’auto con la scomparsa di Stefano Masala e l’omicidio di Gianluca Monni e per paura di essere coinvolto aveva tagliato i ponti con Alberto Cubeddu. Che si era rifatto vivo soltanto molti mesi dopo quando aveva saputo che il teste era stato interrogato dai carabinieri. In aula a Nuoro erano presenti il padre Marco, le sorelle e il cognato di Stefano Masala insieme al loro legale, l’avvocato Caterina Zoroddu. «Spero che si decidano a parlare, che dicano dov’è il nostro Stefano» ha detto il padre. Presente insieme a Cubeddu anche l’altro arrestato Antonio Zappareddu, l’allevatore di Ozieri finito nei guai per traffico di armi. (plp)
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