Erasmus, una storia già in crisi
La Gran Bretagna è al quarto posto nella classifica degli universitari sardi
SASSARI. Il nome è un acronimo tra i più riusciti. Il progetto di mobilità studentesca Erasmus, è l’unione delle iniziali di “European Region Action Scheme for the Mobility of University Students”. Un risultato che riporta al nome Erasmo da Rotterdam, celebre filosofo e umanista olandese che nella prima metà del cinquecento attraversò l’Europa andando in cerca delle diversità culturali e delle contraddizioni. All’epoca era un continente spaccato e molto distante dall’idea maturata dopo il trattato di Maastricht del 1992, quando nacque l’Unione europea di cui il progetto Erasmus è sempre stato il fiore all’occhiello, anche perché è nato cinque anni prima, quando esisteva solo la Cee. E tra le mete più richieste dagli studenti sardi in cerca di esperienze all’estero c’era anche il Regno unito che, dopo la Brexit, potrebbe sparire dei radar dei dottorandi delle università isolane. Anche se, a dire il vero, la Gran Bretagna aveva già perso diverse posizioni nell’indice di gradimento degli studenti: «È vero, prima c’è la Spagna, forse per la vicinanza culturale e per le tratte aeree disponibili fino a poco tempo fa, poi la Polonia e Cracovia in particolare, la Francia e infine la Gran Bretagna», ha detto Anna Maria Aloi, responsabile della direzione per le relazioni e attività internazionali dell’università di Cagliari, «già da diversi anni il progetto Erasmus ha iniziato destinare sempre meno studenti verso la Gran Bretagna».
I motivi sono molto più pratici di quello che si possa pensare. Gli studenti Erasmus usufruiscono di un progetto che gli permette di frequentare le università senza pagare le tasse e le scuole del Regno unito hanno iniziato a preferire ai giovani europei gli studenti indiani e cinesi, meglio se rampolli di famiglie abbienti che, al contrario degli studenti sponsorizzati dall’Unione europea, versano la retta degli atenei britannici senza battere ciglio. Dunque, la Brexit potrebbe scrivere la fine di un rapporto già compromesso e, forse, mai del tutto sbocciato: «Comunque non è detto. Ci sono altri paesi che non fanno parte dell’Unione europea ma che hanno aderito al progetto Erasmus», ha detto ancora Anna Loi prima di snocciolare un breve elenco dei figliastri di Erasmus, «la Norvegia, il Liechtenstein, l’Islanda e la Turchia. E se ci fosse la volontà sono sicura che si potrebbe proseguire il rapporto anche con il Regno unito. Lo si potrebbe fare anche tra la università, scavalcando metaforicamente le barriere di Brexit o le remore europee». Ma forse, la storia d’amore con Erasmus era già sul viale del tramonto. Al contrario, l’Inghilterra e tutta la Gran Bretagna puntano molto su una diramazione di Erasmus, la Traineeship: «È un progetto che offre agli studenti la possibilità di svolgere un tirocinio formativo all’estero e molti scelgono o hanno scelto la Gran Bretagna perché mette a disposizione opportunità nel campo medico e in quello manageriale, nel ramo della gestione delle aziende. Molti ragazzi sardi hanno sfruttato questa opzione e alcuni sono rimasti in Gran Bretagna anche dopo il tirocinio».
Fuori dall’Inghilterra, nelle Highlands, c’è anche un’altra attrattiva difficile da resistere. In Scozia, da qualche anno, è entrato in vigore il Bachelor of Arts: «Sostanzialmente è la nostra laurea breve, un corso di studi di tre anni che prepara alla specialistica ma che, dettaglio non trascurabile, è completamente gratuita per i cittadini scozzesi e per i cittadini europei», ha detto ancora Anna Maria Aloi. Non funziona allo stesso modo la retta per eventuali studenti gallesi, inglesi o irlandesi, che non possono usufruire del Bachelor e sono chiamati a versare le tasse come in tutte le università europee. Una pratica che, dopo la Brexit, potrebbe spettare anche a tutti gli studenti dell’Unione europea.
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