La Nuova Sardegna

L’appello del padre: «Ora dovete confessare»

di Nadia Cossu
L’appello del padre: «Ora dovete confessare»

Marco Masala si rivolge ai due cugini in cella e indagati per l’omicidio del figlio

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NULE. «Non avete alcuna possibilità di uscire dal carcere. Lo sanno tutti che siete colpevoli e per questo vi rimane una sola cosa da fare: confessare».

Marco Masala si rivolge ai presunti assassini di suo figlio. Chiede a Paolo Pinna e Alberto Cubeddu, arrestati dai carabinieri lo scorso 26 maggio per gli omicidi dell’orunese Gianluca Monni e del nulese Stefano Masala, di dire la verità: «È chiaro a tutto il mondo quello che avete fatto, non potete farla franca».

È un uomo con la voce spezzata dalla commozione perché si sta preparando a onorare la memoria di sua moglie Carmela. E di suo figlio Stefano. Oggi alle 17.30, nella chiesa di Santa Croce a Nule, saranno in tantissimi a ricordare quella madre che da un mese non c’è più e quel suo figlio scomparso nel nulla al quale in paese tutti volevano bene. «Carmela se la sono portata via il 7 maggio del 2015 insieme a Stefano», aggiunge Marco. Perché da quel tragico giorno – quando il cellulare del trentenne di Nule si è spento per sempre – ha smesso di vivere anche lei. Si è ammalata poco dopo, ha provato a lottare con tutte le forze, ha cercato il figlio con le parole e con le gambe, poi il corpo le ha presentato il conto di tanto dolore accumulato. In pochissimi mesi si è consumata e prima di morire ha strappato al marito e ai figli una promessa: «Riportate Stefano a casa».

«Lo cercherò finché avrò alito» risponde oggi come allora Marco. In questo mese ha ricevuto tantissimi messaggi di solidarietà, la sua casa non è mai stata vuota: «Ma quando arriva la sera ci ritroviamo soli, io e l’altro mio figlio Giuseppe. Le due femmine sono sposate e non vivono con noi. Eravamo una famiglia numerosa, oggi siamo rimasti in due...». Le lacrime le trattiene a stento ma poi subentra la consueta determinazione, quella che gli serve per raggiungere l’obiettivo: trovare Stefano.

Ed è allora che le parole vanno a colpire dritto verso chi in questo momento è ritenuto dagli inquirenti responsabile di tanto dolore: «Liberatevi finalmente di questo peso che avete sulla coscienza – è l’appello di Masala – Il cerchio ormai è chiuso, non ha senso che non diciate dove avete lasciato morire mio figlio. Vi hanno visto anche bruciare la sua macchina, come potete sperare di uscire dal carcere?».

È un messaggio forte, duro e allo stesso tempo consapevole e lucido: «Io e la mia famiglia non riusciamo davvero a capire come possano ancora negare tutto. Parlino una volta per tutte».

Oggi intanto a partire dalle 17.30 ci sarà un paese intero (ma arriveranno in tanti anche dai paesi vicini) a pregare nella chiesa di Santa Croce, ci sarà il parroco don Mimmino e i sacerdoti del territorio. Ci saranno le tante persone che dal 7 maggio di un anno fa chiedono che la famiglia dei Masala trovi finalmente pace. La serenità in quella casa è un ricordo troppo lontano: «Da quando è scomparsa anche Carmela – dice Marco – è ancora più difficile. Tragedia e dolore sono le parole che sintetizzano la nostra vita oggi. Siamo stati insieme per 42 anni io e mia moglie, abbiamo condiviso tutto, eravamo una sola persona. Non devo aggiungere altro perché credo che chiunque abbia provato questo sentimento nella vita sia in grado di capire cosa stiamo vivendo io e i miei figli».

Poi il grazie a chi in questo lungo periodo è stato loro sempre accanto: «Il mondo ecclesiastico, tutte quelle persone che ci hanno mandato fiori, lettere e che hanno accompagnato Carmela in chiesa il giorno del funerale. Gli amici e i parenti che ci sono sempre vicini in questa attesa. Senza di loro non ce l’avremmo fatta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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