La difesa: «Mesina paga per il suo passato»
I legali dell’ex ergastolano contestano l’interpretazione delle intercettazioni e chiedono i domiciliari
CAGLIARI. La sequenza di conversazioni intercettate che riguarda Graziano Mesina non dimostra la colpevolezza dell’ex ergastolano perché si presta a letture alternative, di gran lunga diverse da quelle sulle quali il pm Gilberto Ganassi ha fondato la sua richiesta di condanna a ventisei anni di carcere. A sostenerlo davanti ai giudici della seconda sezione del tribunale sono stati i difensori Maria Luisa Vernier, Beatrice Goddi e Gianluca Aste, che hanno chiesto per Mesina l’assoluzione dalle accuse di associazione a delinquere in traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni e altri gravi reati, oltre che la concessione della custodia domiciliare. I tre avvocati hanno proposto al collegio presieduto da Massimo Poddighe una profonda rilettura dei fatti che vedono protagonista l’ex bandito orgolese, sul quale - a detta dei difensori - ha finito per pesare un passato vissuto pericolosamente, sempre al centro della cronaca nera e negli ultimi anni anche di quella mondana: «Per quei fatti Mesina ha pagato - ha detto l’avvocato Goddi - è stato già punito, sono vicenda che appartangono al passato e che non hanno nulla a che vedere sui fatti trattati in questo procedimento».
La linea difensiva è chiara: secondo i legali il materiale d’accusa raccolto dalla Procura distrettuale non basta a dimostrare la tesi secondo la quale Mesina sarebbe stato per alcuni anni il riferimento di una banda di trafficanti di droghe, con contatti nazionali e internazionali, impegnato in trattative e in azioni intimidatorie: «Servono prove valide oltre ogni ragionevole dubbio - hanno insistito gli avvocati Vernier e Goddi - mentre al fascicolo del processo abbiamo elementi insufficienti e di significato ambiguo».
I legali hanno cercato di dimostrare la non colpevolezza di Mesina con un lungo e dettagliato lavoro di analisi delle conversazioni intercettate dalla polizia giudiziaria, soffermandosi sugli aspetti più controversi. Per la difesa i colloqui telefonici e quelli registrati con le cimici sono perfettamente compatibili con un’attività legale da parte di Mesina, col suo giro di conoscenze, con la notorietà legata al personaggio. Fra l’altro - è stato detto - nel corso delle indagini non sono saltate fuori le armi e la droga di cui si parla nel processo, tutto richiama alle intercettazioni.
L’avvocato Aste ha incentrato il suo intervento sull’episodio del furgone del cagliaritano Vinicio Fois, che per l’accusa sarebbe stato “sequestrato” da Mesina con un blitz a Cagliari compiuto a saldo di un credito. Per quella vicenda l’ex ergastolano è accusato anche di estorsione, ma in realtà - ha sostenuto Aste - la cessione del furgone era stata concordata con il proprietario: «A dimostrarlo - ha detto il difensore - sono proprio le conversazioni intercettate dalla polizia giudiziaria, basta metterle nella giusta successione e appare chiaro come tra Mesina e Fois fosse stato raggiunto un accordo pacifico».
Il prossimo 22 luglio è in programma l’udienza finale del dibattimento con la sentenza. Lo scorso 13 aprile il pm Ganassi ha chiesto al tribunale, oltre la condanna di Mesina, 15 anni di reclusione per Corrado Altea – nel frattempo tornato in libertà - e per tutti gli altri imputati nel giudizio ordinario: Vinicio Fois (6 anni), Efisio Mura (5 anni), Luigi Atzori (4 anni) e Franco Piras (3 anni e mezzo).
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