La Nuova Sardegna

I testimoni dell’orrore «Sembrava una guerra»

di Lillo Montalto Monella

C’è chi è stato sfiorato dalla morte e chi ha visto la folle gimkana dalla finestra Una coppia italiana: «Stavamo facendo un selfie, poi è cominciato l’incubo»

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ROMA. Pochi, lunghissimi minuti sulla Promenade des Anglais sono bastati a provocare una tragedia immane.

A Nizza, su un tratto di appena due chilometri, si sono intrecciate le storie di chi è rimasto paralizzato dalla paura e di chi invece ha avuto la prontezza di correre, senza neanche sapere il perché. Alcuni si sono salvati, altri hanno visto cadere i propri cari sotto le ruote di un veicolo spacciato alla polizia come un camion dei gelati.

Una delle prime persone raggiunte dai giornalisti è stata la console italiana a Nizza, Serena Lippi. «Da Parigi in poi, viviamo in una situazione d'allerta e mi sono subito spaventata», ha detto a Radio Capital. «Ho visto questo camion enorme e bianco che andava verso la folla, sul marciapiede, schiacciando le persone. Ho visto corpi insanguinati e sentito spari. In quel momento ero in casa, e ho iniziato a chiudere tutto per paura che il camion potesse esplodere».

Richard Gutjahr, giornalista tedesco di 42 anni, ha descritto come il killer «guidasse, sorprendentemente, in maniera molto lenta», permettendo ad un motociclista di affiancarsi nel tentativo di aprire la portiera del vano guida. Un tentativo fallito, seguito da un’accelerazione improvvisa e dalla corsa sul marciapiede.

«Il camion procedeva a zigzag, non si capiva dove stesse andando», ha detto sconvolto Wassim Bouhel alla TV francese iTele. «Mia moglie, ad un metro da me… era morta».

«Non c'era sicurezza. I pompieri ci hanno messo 25 minuti o mezz'ora ad arrivare», la denuncia di un passante al sito inglese The Independent.

Un testimone ha riferito alla CBC che il guidatore era "molto concentrato su quello che stava facendo, ovvero «cercare di colpire di proposito quante più persone possibile».

Karim Laamara, superstite, ha ammesso di aver «provato a non guardare i tanti corpi per terra, fissando in alto. Faceva troppo male».

Tra la folla, raccontano i sopravvissuti, è serpeggiata anche l’ipotesi di una bomba. L'infermiera Sandrine Beyala dell'ospedale Pasteur di Nizza ha invece descritto le difficoltà nel tranquillizzare i tanti bambini ricoverati. «Alcuni piangono, altri non parlano per niente».

«Ci sono state amputazioni, traumi cranici e toracici», riporta Antonio Iannelli, chirurgo trapiantologo al Centre Hospitalier Universitaire di Nizza. «I primi malati sono arrivati alle 23,15 in ospedale . Non sono abituato a gestire questo tipo di emergenze umane. Ero completamente disorientato. Questo è un clima di guerra, abbiamo visto ferite e traumi di guerra. Ma noi non siamo chirurghi di guerra. Ci hanno colpiti in un giorno essenziale per questo paese, ovvero la presa della Bastiglia. Hanno aspettato che le persone si rilassassero e diventassero vulnerabili».

La giovane Celia Delcourt, testimone oculare, concorda. «È spaventoso perché non pensavamo potesse accadere qui, mentre ci stavamo divertendo». Tra le storie di Nizza c’è anche quella della coppia italiana in vacanza che si immortala in un selfie proprio quando, tutto intorno, inizia l’incubo. «Mentre stavo scattando, c'è stato un attimo di silenzio irreale, poi sono iniziate le urla. La gente scappava da tutte le parti e abbiamo iniziato a correre nel panico, senza neppure capire cosa stava succedendo».

Come loro, anche Nader El Shafei aveva un cellulare in mano, ma l'ha usato per filmare l'attacco della polizia sull'attentatore. «Il camion si è fermato proprio davanti a me, investendo una ragazzina. Ho iniziato a urlare contro l'autista», ha raccontato a Le Figaro. «Ho pensato avesse perso il controllo del mezzo, e che fosse un incidente. L'ho visto muoversi nervosamente, e poi tirare fuori la pistola, aprendo il fuoco sugli agenti. Ho capito solo allora che era un attentato. Ero quasi congelato. Ho tirato fuori lo smartphone e iniziato a filmare. Non so neanche io perchè».

C'è infine la testimonianza dei vicini di casa di Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l'attentatore. Lo definiscono «un uomo solitario e silenzioso, che non sembrava essere molto religioso, e andava in giro spesso in pantaloncini corti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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