Il medico dei bambini: «Due li ho visti morire»
Federico Solla, di Cagliari, è chirurgo al centro pediatrico Hopital Lenval In corsia subito dopo la strage: «Tanti piccoli sono in condizioni gravi»
CAGLIARI. Giovedì erano da poco passate le 22.30 e Federico Solla stava tornando a casa da Cap d’Antibes dove, assieme alla moglie e alle due bambine, aveva assistito all’emozionante spettacolo dei fuochi d’artificio. Una telefonata della suocera che voleva sapere se stessero bene e ha scoperto che la sua Nizza era sprofondata nel terrore. Poco dopo un’altra telefonata, dall’Hopital Lenval, l’ospedale pediatrico di Nizza, a due passi dalla Promenade des Anglais, lo ha richiamato al lavoro con un “piano bianco”: voleva dire che tutti i dipendenti dovevano rientrare immediatamente in servizio perché c’era un’emergenza straordinaria. Solla, al Lenval, è un brillante chirurgo ortopedico “senior”, una figura che, come contratto, corrisponde al primariato italiano («ma l’organizzazione qui è strutturata diversamente», precisa), già allievo della scuola di Lione, docente onorario alla facoltà di Medicina nizzarda, la sua specialità è la chirurgia vertebrale. Anche la moglie, Valentina Masia, è medico, una ginecologa. Giovedì sera dopo la telefonata ha accompagnato a casa la famiglia e si è precipitato in ospedale. Il Lenval è un centro pediatrico ma Solla ha trovato anche diversi adulti, poi trasferiti in altri ospedali. «C’erano tanti bambini senza genitori, alcuni, poi, erano molto gravi, per tre di loro che hanno riportato un trauma cranico grave si teme tuttora parecchio. Due bambini purtroppo sono morti». Altri avevano fratture molto serie, sono stati operati e saranno operati ancora, c’erano inoltre casi di lesioni delle grosse arterie per schiacciamento, gli altri sono stati messi in osservazione. Ci sono le ferite ma c’è soprattutto lo choc. Solla racconta di essersi immerso nel lavoro, ma era impossibile estraniarsi dallo sbigottimento generale. «Nella mischia della Promenade c’erano tanti musulmani - racconta il chirurgo - forse sono quelli che in ospedale mi hanno colpito di più: erano costernati. Sono i primi a non capire perché stia succedendo tutto questo. Il meccanismo dell’attacco è apparso assurdo. Il timore è che attacchi di questo tipo continuino. Dopo il Bataclan, a Parigi, tutti abbiamo avuto un po’ di paura, qui, come in tutta la Francia. Si sa che ci sono cellule radicali, sono conosciute. Nei quartieri ghetto c’è disoccupazione, bassa scolarità e i ragazzi più deboli possono essere facile preda degli esaltati. Su internet: ecco dove molti si indottrinano. O in carcere. In Sardegna abbiamo don Ettore Cannavera che ci insegna come il carcere per i giovani vada bene per qualche mese, il tempo di capire cosa si è fatto, poi serve solo per incastrare la gente nel crimine. Il 10 per cento dei francesi è musulmano, una grossa fetta è di origine algerina, molti sono ghettizzati, la situazione è preoccupante». Si sta bene a Nizza? «Sì, si sta bene, si stava bene. Ora - continua - non lo sappiamo più. Nizza è una città accogliente, vicina all’Italia e quindi capace di comprendere le nostre complessità. Ora è una città sotto choc».
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