La Nuova Sardegna

Erdogan davanti al bivio Deve convincere gli alleati

di GIGI RIVA

Essere statista o continuare a fare il despota, è la scelta dopo il tentato golpe La comunità internazionale lo ha riaccolto con la condizionale e vuole risposte

4 MINUTI DI LETTURA





di GIGI RIVA

Che sia partita una robusta epurazione di golpisti sta nella logica degli eventi. Ma l’errore fatale che potrebbe commettere Recep Erdogan è quello, dopo aver vinto, di voler stravincere. Il fallito colpo di Stato dovrebbe avergli insegnato che la Turchia non è totalmente “sua”, è almeno un’anima divisa in due. E la parte laica si oppone all’islamizzazione dilagante, alle torsioni istituzionali, ai tentativi di piegare la Costituzione in senso presidenzialista per l’onore e la gloria del Sultano.

I colonnelli gli si sono rivoltati contro, hanno mal calibrato i rapporti di forza col resto dell’esercito ma sono l’espressione del disagio all’interno di una potente armata (un milione di soldati, la seconda per numero della Nato) che si ritiene l’erede legittima del credo di Kemal Atatutk, il padre della Turchia moderna che decise di separare nettamente il potere temporale da quello spirituale. Con loro c’era una fetta di popolazione a Istanbul, quella Istanbul di cui Erdogan fu sindaco, che ha esultato alla notizia dell’attacco dei ribelli, prima che la notte ribaltasse l’esito del confronto. Una rappresentazione plastica della spaccatura tra città cosmopolite, insofferenti alla logica dell’uomo solo al comando, e le campagne dell’Anatolia profonda ormai conquistate dal sogno neo-ottomano del loro presidente padrone.

Erdogan deve decidere, ora, se essere un tiranno e innescare, presto o tardi, una guerra civile o tornare sulle posizioni moderate degli esordi, ormai 13 anni fa, quando guidava sì un partito musulmano ma non era stato ancora contagiato da quell’ubriacatura di potere che gli ha via via obnubilato i sensi sino a fargli perdere il senso della misura, oltre a quasi tutti gli amici che condivisero dapprima la sua avventura.

Contro uno di questi, Fetullah Gulen, autoesiliatosi da tempo negli Usa, punta adesso l’indice il presidente, lo addita come leader dei traditori, ne chiede l'estradizione, sradica gli uomini della sua organizzazione dai ranghi della magistratura, dell’esercito stesso, della polizia. Ma potrebbe anche analizzare come mai nessuno gli è rimasto a fianco nella vertiginosa scalata, nemmeno l’ex presidente Gul, più che un compagno di partito, un gemello del tempo che fu. Non bastasse l’autismo nelle questioni interne, ha rischiato, Erdogan, anche l’isolamento internazionale.

La politica di cui è stato ideologo l’ex premier Ahmet Davutoglu con lo slogan “zero problemi coi vicini” si è trasformata nella fallimentare constatazione che ci sono “zero vicini senza problemi”. Voleva che Istanbul tornasse a essere Sublime Porta, faro riconosciuto del Medioriente, la Turchia l’indiscussa leader regionale in un mondo che si è fatto multipolare. Ma non gli è riuscita la pace con gli armeni; non ha risolto il problema curdo; ha litigato con Israele, salvo chiudere il contenzioso solo poche settimane fa; non è diventato, come voleva, il garante degli ayatollah iraniani per la questione del progetto di arricchimento del nucleare. Soprattutto ha assunto il ruolo di peggior nemico di quella Siria che credeva di colonizzare economicamente e, non raggiungendo lo scopo, per ritorsione ha fiancheggiato il nascente Stato islamico in funzione anti Assad finendo con l’alienarsi i rapporti con Mosca e Washington, prima di ricucire, alla ventitreesima ora, con Obama e Putin e di impegnarsi nella guerra al califfato. Una resipiscenza che gli è costata gli attentati in patria perché non si scherza impunemente col mostro.

Non c’è da stupirsi allora se alla notizia del golpe non poche cancellerie hanno brindato considerando preferibile la laicità alla democrazia, almeno a questa democrazia (un tema destinato a diventare centrale anche nel futuro), perché la Turchia è uno dei pochi Paesi dove, nell’arco di quasi un secolo, si è preferita la secolarizzazione dei militari alle tentazioni islamiste in un’area delicata da maneggiare con cura. Ma i paragoni sono zoppi, il 1980 (anno dell’ultimo colpo di Stato) è lontano. Erdogan, nella sua lunga permanenza al potere, è riuscito a infiltrare uomini di fiducia nei gangli vitali dello Stato e persino nello stesso esercito. Non solo. Il miracolo economico turco, un suo indubbio risultato, ha allargato la classe media, creato un ceto di persone che hanno qualcosa da perdere e preferiscono la stabilità alle avventure. Sono le persone scese in piazza a sua difesa che hanno fiaccato definitivamente la fiducia di golpisti già in crisi, dopo aver sferrato il primo colpo, per non aver catturato il presidente e perché dietro di sé non hanno ritrovato l’intero apparato delle forze armate: una fetta si è dimostrata lontana dagli ideali kemaliste e ha preferito abbracciare il corso islamico.

Avesse buone orecchie, la notte delle Idi di luglio dovrebbe aver sussurrato a Erdogan che qualcosa va rivisto nel suo rapporto con un popolo che non ha interamente conquistato. Dovrebbe avergli fatto capire che la stessa comunità internazionale lo ha riaccolto con la condizionale, nonostante le dichiarazioni di facciata dovute a chi si è salvato per un soffio e guida un Paese troppo importante per subire ulteriori scossoni. A lui la scelta se essere, d’ora in poi, statista o se continuare ad essere despota.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative