Melis: è tutto cambiato, restano gli affetti
Un episodio doloroso nel suo passato: il padre rapito nel ’65. La madre: sapevo che era innocente
MAMOIADA. La libertà ha il profumo intenso dell’armidda, il timo selvatico. Quel profumo della campagna sarda in primavera che Piero Melis, 54 anni di Mamoiada, ha potuto soltanto sognare per 18 anni. Un amico ha pensato bene di regalargliene alcuni rametti per festeggiare il suo ritorno a casa, anzi alla vita. Piero ha sorriso, ha preso tra le mani l’armidda e per qualche attimo è quasi rimasto inebriato da quel profumo intenso che chissà quanti ricordi gli ha riportato alla memoria. Quella campagna che adorava e che girava in lungo e in largo per lavoro fino a quella mattina di maggio che ha sconvolto per sempre la sua vita e gli ha rubato la giovinezza. Per questo, ieri è uscito presto, ha raggiunto gli amici di un tempo e con loro ha trascorso tutta la giornata in campagna, all’aria aperta. Dall’alba al tramonto, senza soluzione di continuità. Gli era mancata per troppo tempo quell’aria frizzante che ora è anche carica di quello che lui aveva sempre sognato e per cui non ha mai smesso di combattere, anche se fiaccato da 18 anni trascorsi dietro le sbarre: la libertà.
La mamma. «Mio figlio non è un sequestratore – ha sottolineato l’anziana mamma Antonietta Sedda, 84 anni, che ha aspettato il rientro del figlio, finalmente libero, sulla poltrona del salone di casa in via Cesare Battisti a Mamoiada –. Quel giorno di maggio del 1995 lui era in giro per lavoro, non ha sequestrato quella donna. Mio figlio è stato educato al rispetto del prossimo. E poi un sequestro proprio no, visto che anche noi eravamo stati vittime di un episodio cosi drammatico. Era il 1965 – ha continuato la donna, aiutata nei ricordi dalla sorella Benita –. Io ero in cinta di uno dei miei sei figli. Una mattina presto era arrivato il servo pastore. Trafelato. Stremato dopo aver corso a perdifiato dal santuario di San Cosimo, dove abbiamo i terreni, fino al paese. Il terrore dipinto sul viso.
Il sequestro del padre. “Hanno rapito nonnu (nonnu era il nomignolo rispettoso con il quale veniva chiamato Francesco Melis, il padre di Piero ndr). Uomini cattivi, armati e mascherati mi hanno dato questo bigliettino e mi hanno detto di non parlare con nessuno ma solo con voi”. Nel biglietto – ha continuato Benita Sedda – c’era scritto di portare subito in un luogo prestabilito 500mila lire e di non avvertire i carabinieri se volevamo che Francesco non venisse ucciso». Ma la voce si era diffusa in un baleno e tutta Mamoiada e anche molte persone dai paesi vicini si erano mobilitate per cercare Francesco Melis. «Quando si erano resi conto di essere braccati da carabinieri e polizia, ma soprattutto dalla popolazione – ha ricordato Benita Sedda –. i banditi avevano liberato mio cognato nelle campagne vicino a Monte Gonare. L’avevano picchiato». «Un dolore troppo grande – ha aggiunto la mamma di Piero –. Ora capite perché ho sempre creduto incondizionatamente nell’innocenza di mio figlio?».
Gli avvocati. «Il mondo è cambiato, solo gli affetti sono rimasti intatti – ha detto Piero Melis al telefono al suo avvocato subito dopo aver riabbracciato la mamma, i familiari e gli amici –. Sono frastornato, non sono riuscito a chiudere occhio per più di un paio d’ore durante la notte. Poi mi ha detto che ha riordinato negli scaffali della sua camera i libri che aveva in carcere – ha spiegato l’avvocato Alessandro Ricci, che assieme alla collega Maria Antonietta Salis ha combattuto la battaglia per Piero nelle aule giudiziarie –. E ora ha intenzione di ritornare al più presto in campagna a lavorare».
L’intercettazione. Anche per l’avvocato Ricci il giorno dopo della sentenza di assoluzione ha il sapore dolce della vittoria. «È giusto così – ha spiegato il legale –. Piero era stato incastrato da una perizia fonica su un’intercettazione ambientale fatta all’interno di un’auto 20 anni fa. Secondo gli investigatori, quella voce che parlava del sequestro di Vanna Licheri apparteneva a lui perché era stato visto poco tempo prima in un bar con uno dei sequestratori. Sì, incredibile ma è proprio così. E su queste basi era stato condannato a 30 anni di carcere. Dopo essere riusciti a superare lo scoglio dell’inammissibilità del ricorso, eravamo riusciti a ottenere dai giudici della Corte d’appello di Perugia una nuova perizia sull’intercettazione con le nuove tecnologie – ha continuato l’avvocato Ricci –. Nonostante fosse emerso che non c’era corrispondenza, la Corte d’appello aveva comunque ribadito l’inammissibilità e confermato la condanna.
La svolta. Siamo ricorsi ancora un volta in Cassazione – ha concluso il difensore di Piero Melis – e questa volta abbiamo ottenuto ragione visto che i giudici della Suprema corte hanno chiesto esplicitamente ai giudici di un altro collegio della Corte d’appello di Perugia di valutare attentamente le novità emerse dalle perizie. E così Piero è stato assolto e scarcerato». (plp)
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