La Nuova Sardegna

Soru: sì al rinnovamento Poi attacca i leader del Pd

di Luca Rojch

L’europarlamentare in una lettera critica le logiche che guidano le scelte Dem «In questi anni i personalismi, le divisioni, i sospetti reciproci hanno prevalso»

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SASSARI. Un compleanno passato a distribuire consigli e badilate virtuali. Renato Soru entra di nuovo nella crisi del Pd con una lunga lettera e dice di come si può curare il grande malato. Dal rinnovamento alle critiche nette a un partito diviso per correnti, in cui il peso della poltrona sposta l’ago della bilancia degli equilibri. Logiche antiche sotto una pelle nuova.

Il riflessivo leader del Pd nasconde la clava dentro un mazzo di fiori. Non risparmia critiche ad Antonello Cabras, leader di una delle anime dei Dem. Ma punta il dito proprio sulle divisioni che continuano a lacerare il partito.

La missiva. Una lettera indirizzata a un giovane attivista del Pd diventa lo strumento con cui Soru ribadisce la sua visione del Pd sardo. La missiva è una frustata a un partito sempre più in frantumi. Soru festeggia i suoi 59 anni e si dice pronto a sostenere il ricambio generazionale. Le sue parole sono scosse telluriche sulla traballante alleanza che in questi anni ha tenuto in piedi la segreteria del Pd.

Distanza siderale. L’europarlamentare sottolinea una sua differenza epidermica dalle logiche di difesa della poltrona e del potere che in questi anni hanno motivato le correnti. «Non è per bramosia di potere o di poltrone che nel 2004, seguendo l’invito di tante persone – scrive Soru – mi sono messo a disposizione del centrosinistra sardo». Poi ripercorre la sua storia politica dal 2004 a oggi. «Nel 2009 ho perso le elezioni – continua – per capire dove sta andando la politica e il Pd forse è utile ricordare che ho perso le elezioni contro Ugo Capellacci pur avendo avuto 90mila voti in più di quelli con cui abbiamo recentemente vinto. Nel 2013, con la fine della legislatura in Regione, mi avviavo a concludere il mio impegno nelle istituzioni. Immaginavo di continuare nell’attività politica, nella discussione, nel dibattito. Per questo non accettai la possibilità di un posto sicuro in Parlamento, né mi candidai alle Regionali». Soru ricorda come la candidatura all’Europarlamento gli fu quasi imposta. «Non ho chiesto io di candidarmi alle europee, nessuno voleva farlo. Ho accettato dopo molte insistenze del Pd sardo e nazionale e per puro spirito di servizio».

La segreteria. E ricorda come sulla spinta del successo delle urne si convinse a cercare l’unità del partito. «Volevo aiutarlo a rinascere, senza antiche appartenenze, senza correnti, senza cordate di potere vecchie e nuove». Poi l’affondo: «Mi sono sbagliato. Il Pd sardo non voleva abbandonare le sue abitudini e la sua pericolosa volontà disgregatrice. Per un momento era sembrato che una mia candidatura unitaria e di garanzia per tutti potesse essere accettata, ma alla fine non è stato così, i personalismi, le divisioni, i sospetti reciproci hanno prevalso».

Il j’accuse. La lettera si trasforma riga dopo riga in un impietoso spaccato di un partito dilaniato. «Ho accettato il sostegno di “Cabras-Fadda” nella chiarezza del progetto politico proposto al congresso. Perché penso che sia sempre bene provare a superare il passato. Penso che la politica sia “io insieme agli altri”, nessuno escluso. Penso che tutti abbiamo sempre qualcosa di buono da dare. Non ho fatto alleanze nel senso classico. Non ho mai discusso di assetti futuri o di spartizione del potere. Ho accettato il loro sostegno convinto che avrebbero anch'essi, con la loro età e nella loro posizione, contribuito a cambiare il Pd sardo. Ho creduto che avrebbero accettato di superare correnti e cordate di potere. Che avrebbero speso gli anni della loro maturità politica per promuovere la nascita di un intellettuale collettivo che avrebbe riempito un vuoto nella società sarda. Ho creduto che Cabras nel suo nuovo e delicatissimo ruolo di Presidente della Fondazione Banco di Sardegna, nell’opportunità e necessità di garantire la più netta separazione tra Fondazioni, banche e politica, avrebbe posto un muro cinese tra il suo importante passato politico e la sua presente responsabilità. Gli esiti di oggi dicono che mi sono sbagliato, non siamo stati all’altezza del nostro compito. Ho rifiutato da subito una logica di vincitori e vinti, non ho accettato preventive riunioni di maggioranza e tantomeno caminetti. Il fatto che da subito la maggioranza sia implosa in direzione, senza mai spiegarne i motivi, è la dimostrazione che non c'era mai stata alcuna alleanza. Rivendico la coerenza della mia storia politica, mai accordi sottobanco, mai accaparramento del potere».

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