La Nuova Sardegna

Sardegna, ai defunti cremati verrà prelevato il Dna

di Paoletta Farina
Sardegna, ai defunti cremati verrà prelevato il Dna

Il ministro Lorenzin ha chiesto alle Regioni il rispetto di una legge del 2001. I campioni serviranno in caso di indagini o per riconoscimenti di paternità

02 settembre 2016
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SASSARI. D’ora in poi anche in Sardegna, prima di procedere a una cremazione, dovranno essere fatti prelievi organici dal cadavere che consentano l’identificazione della salma e in particolare del Dna per eventuali indagini di giustizia, dalle morti violente ai riconoscimenti di paternità.

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L’obbligo è stato imposto alle Asl e Aziende ospedaliero universitarie con una comunicazione inviata dal direttore generale dell’assessorato regionale alla Sanità, Giuseppe Maria Sechi, arrivata ad agosto scorso e poi diffusa in uffici e reparti sguarniti dalle ferie estive. Comunicazione che segue una circolare del ministero guidato da Beatrice Lorenzin. Che, udite udite, chiede alle Regioni l’applicazione della legge 130 sulle “Cremazioni e la dispersione delle ceneri” approvata dal Parlamento nell’ormai lontano 30 marzo 2001.

E così al ritorno delle vacanze nelle aziende sanitarie, che già navigano nell’incertezza a causa della mancata nomina dei direttori generali, si è posto il non facile problema di come organizzarsi. E tutto, al momento, è all’insegna del caos.

Per ricordare, la legge 130 dava mandato all’allora governo Prodi di modificare il precedente regolamento di polizia mortuaria risalente a undici anni prima. Regolamento che, però, in un pasticcio tutto italiano, non è mai stato emanato. Nel frattempo, visto che a Roma erano impegnati a fare altro, alcune Regioni hanno provveduto autonomamente, e pare non sempre al meglio, ad approvare una normativa specifica: così hanno fatto Campania, Emilia, Piemonte, Toscana Umbria e Valle d’Aosta ed altre. Ma non la Sardegna. Eppure di tempo ce n’è stato in questi quindici anni, per l’isola e per le altre regioni, perché siamo in buona compagnia, che ancora non si sono attivate.

Ora la tegola arriva a rovinare le vacanze appena archiviate dei dirigenti sanitari. Innanzi tutto c’è avviare il servizio per la raccolta di «campioni di liquidi biologici ed annessi cutanei» (bulbi piliferi compresi, come recita la legislazione e specificano dal ministero) sulla salma da cremare. Servizio demandato ai medici necroscopici, da individuare da parte delle stesse Asl e Aou. E poi ci sono da affrontare altri aspetti: per esempio, se il defunto è deceduto in casa.

L’altro grande scoglio è lo stoccaggio del materiale organico repertato. È facile intuire che ci sarà bisogno di capienti celle frigo per conservarlo e quindi di attrezzature e di spazi idonei. Anche perché le provette dovranno essere conservate per almeno dieci anni, a cura dei servizi di Medicina legale. Insomma, oltre che l’organizzazione è necessario destinare fondi per uomini e mezzi.

La circolare ministeriale di maggio ha creato subito preoccupazione nell’ambiente sanitario. La presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Roberta Chersevani, ha inviato una nota al direttore generale del ministero, Raniero Guerra, in cui fa presente incongruenze e difficoltà, rileva la mancanza di un regolamento nazionale e chiede una ricognizione generale sul tema. Soprattutto, la rappresentante dei camici bianchi pone l’attenzione sul fatto che la legge 130 prevede campionamenti su cadaveri per eventuali indagini a causa di giustizia, “a prescindere dalla pratica funeraria prescelta”. In pratica, su chiunque passi a miglior vita. Così a Roma fatti un po’ i conti, hanno fatto marcia indietro. Con una nota integrativa del 28 luglio, lo stesso Guerra ha specificato che l’obbligo di prelievi da cadavere «riguarda esclusivamente i casi di avvio della salma alla cremazione».

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