Tito Boeri sul futuro dell’Italia: «Bisogna investire sui giovani»
SASSARI. Investire sul capitale umano: è questo il messaggio che l’economista e presidente dell’Inps ha voluto lanciare alla platea dell’aula magna dell’Ateneo in occasione dell’inaugurazione dell’ann...
SASSARI. Investire sul capitale umano: è questo il messaggio che l’economista e presidente dell’Inps ha voluto lanciare alla platea dell’aula magna dell’Ateneo in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Chi crea il lavoro? Quali competenze richiede? Dove si trova il lavoro? Meglio stare in Europa o fuori? Rispondendo a queste quattro domande cruciali, Tito Boeri ha illustrato, numeri alla mano, il declino generalizzato della manifattura, l’affermarsi di quei Paesi in cui si sviluppano servizi innovativi che non possono essere facilmente delocalizzati, mentre i settori in espansione sono farmaceutica, biotecnologie, ricerca medica, clean-tech, robotica, materiali nuovi, manifattura avanzata, digital entertainment, finanza, marketing, design. «La mobilità dei lavoratori in Europa, ora minacciata, è invece una risorsa che deve essere difesa», ha detto Boeri, che ha illustrato la proposta dell’Inps di un numero di sicurezza sociale europea, una sorta di codice fiscale internazionale, come già esiste negli Stati Uniti: un modo per coordinare le informazioni tra sistemi di protezione sociale di diversi Paesi europei a tutela dei lavoratori.
Di tutto ciò a parlato Boeri, senza soffermarsi più di tanto sui pensionati: «Si dice Inps e si pensa alla pensione. Ma l’istituto si occupa molto di più dei lavoratori e degli studenti e delle loro esigenze. In Italia, a causa della crisi economica, si è creato un circolo vizioso che vede i pensionati foraggiare con i loro redditi i propri figli e nipoti. Un meccanismo sbagliato che porta a non investire sul lavoro». Il presidente dell’Inps ha anche proposto una riflessione sul fatto che nel nostro Paese i pensionati hanno un reddito che rappresenta quasi l’80 per cento del reddito dei lavoratori mentre negli altri Stati europei il rapporto non supera il 50 per cento. Una distorsione che secondo l’economista relega il lavoro in una posizione non ottimale. Ed ecco perché tanti giovani oggi sono costretti a emigrare per trovare un lavoro che spesso non è conseguente ai loro studi, un po’ la prima cosa che si trova. Però Boeri ha sottolineato che il lavoro buono raramente è quello sotto casa e che l’Europa deve essere considerata un unico grande Paese senza frontiere. «Fa male pensare che si sta considerando l’idea di innalzare muri e frontiere fra i paesi dell’Unione per respingere i profughi e gli stranieri. Questo fatto danneggia il lavoro dei giovani ed è logico che proprio loro siano contrari a ogni chiusura e che soprattutto i ragazzi britannici siano rimasti sbigottiti dalla Brexit. Uscire dall’Europa è un danno per le opportunità di lavoro, come avere paura degli immigrati porta a chiudersi ed è negativo per le occasioni di crescita lavorativa».
In chiusura, un interrogativo legato all’attuale sistema pensionistico: «Come può tornare a crescere un Paese in cui si guadagna smettendo di lavorare?». (g.g.)
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