La Nuova Sardegna

Il Sì schiera Luigi Zanda: «L’autonomia sarda non corre rischi»

di Alessandro Pirina
Il Sì schiera Luigi Zanda: «L’autonomia sarda non corre rischi»

Il capogruppo Pd del Senato sarà oggi a Sassari e Alghero «Cancelleremo 300 parlamentari: l’Italia sarà più efficiente»

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SASSARI. Sta girando la penisola in lungo e in largo per promuovere le ragioni del Sì, per chiedere agli italiani di mettere la parola fine su un processo di riforma lungo trent’anni. Oggi Luigi Zanda, capogruppo al Senato del Pd, sarà nella sua Sardegna, prima a Sassari poi ad Alghero, per illustrare la riforma Boschi e fare campagna ovviamente perché superi l’esame del referendum.

Senatore Zanda, perché il 4 dicembre deve vincere il Sì?

«C'è una crisi delle democrazie occidentali. In questo scenario l’Italia deve rafforzare la sua democrazia parlamentare, deve renderla più efficiente. Il Parlamento deve avere una maggiore possibilità di decidere, e deve poterlo fare con più rapidità. Il sistema bicamerale perfetto non va più bene. Questa è la ragione di fondo per cui occorre che vinca il Sì».

Per i contrari si passa da un Senato eletto dal popolo a uno di nominati.

«Il nuovo Senato sarà formato da 100 membri tra sindaci e consiglieri regionali. Tutte persone elette con le preferenze, i sindaci addirittura con due turni di votazione. Più eletti di loro in Italia non c’è nessuno».

Nei giorni scorsi un manifesto del Sì sul taglio dei politici è stato criticato anche da sostenitori della riforma.

«Guardi, io non mi intendo nè di manifesti nè di pubblicità. Il punto chiave della riforma è la fine del bicameralismo. Sono 25-30 anni che c’è una forte richiesta popolare sulla riduzione dei parlamentari, lo prevedeva anche le riforma D’Alema. Ora la nostra ne cancella 300».

In Sardegna il comitato per il No paventa rischi per la sopravvivenza dell’autonomia.

«La riforma non tocca le competenze delle Regioni a statuto speciale. L’autonomia della Sardegna rimarrà così come è oggi. Con la vittoria del Sì verranno restituite allo Stato le competenze che hanno valore nazionale. Pensiamo all’energia: stiamo costruendo un sistema che deve avere una dimensione europea, e se possibile universale. È normale che la gestione spetti allo Stato».

La partita del referendum sembra un match tra il governo e il resto del mondo.

«In tutte le elezioni l’interlocutore è il popolo, e a dicembre sapremo cosa pensa. Quanto ai due fronti c’è una grande differenza politica tra il Sì e il No. Il primo è sostenuto da gruppi che insieme rappresentano forze di governo. Il No è rappresentato da Brunetta, D'Alema, Salvini, Grillo e Berlusconi che insieme non faranno mai nulla di politico e certamente insieme non governeranno mai».

Nel fronte del No ci sono anche alcuni senatori Pd, come il sardo Luigi Manconi.

«Noi non abbiamo mai cacciato nessuno e abbiamo sempre cercato di tenere unito il gruppo, un gruppo di alto livello. Chi pensa di votare no lo faccia pure, ma non sarebbe utile se questo dissenso dovesse diventare una forma organizzata dentro il partito».

Renzi ha ammesso di aver sbagliato a personalizzare il voto. Ha fatto bene?

«Ha riconosciuto l’errore e questa è una cosa positiva. Ma io vedo il problema da un punto di vista diverso. Io credo che nel caso dovesse vincere il No gli effetti li vedremo sul Parlamento perché ha lavorato per due anni sulla riforma e l'ha votata per 6 volte. Se il popolo dovesse dire che il Parlamento ha sbagliato dovremmo riflettere profondamente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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