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L’appello: «Basta odio, usciamo dall’incubo»

L’appello: «Basta odio, usciamo dall’incubo»

Elvira Calia è stata l’insegnante di tanti morti ammazzati, anche della piccola Luisa Manfredi

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LULA. Voce di popolo: “Mentzus a isse che a un ateru”, meglio a lui che a un altro. A Lula, 1300 abitanti, domenica più di uno ha tirato un sospiro di sollievo quando ha saputo che la vittima dell’ennesimo delitto in paese era Giovanni Calia, uno della banda capitanata dall’ex primula sarda Annino Mele che il 18 maggio del 1985 sequestrò l’imprenditore nuorese Luigino Devoto. Per quel rapimento (col taglio di una falange della mano) Calia ha trascorso 18 anni a Badu ’ e Carros. Ne era uscito cinque anni fa: era tornato a Lula, dove l’aspettava la sua compagna Claudia – per anni responsabile dell’ufficio di collocamento di Bitti – e aveva ripreso a fare l’allevatore. Nel suo podere, all’ingresso di Lula, Calia allevava maiali e capre, fino a domenica mattina quando è stato giustiziato, nella porcilaia. Il killer lo aspettava nascosto nell’ovile. Quando Calia si è inchinato per prendere i secchi col cibo per i maiali, il killer gli ha sparato una fucilata alla tempia che non gli ha lasciato scampo. Calia è morto sul colpo.

«Non spetta a noi pronunciare le sentenze, quello è un compito che spetta ad altri. E Giovanni aveva pagato il suo conto con la giustizia», dice Elvira Calia (nessuna parentela con la vittima), insegnante in pensione, moglie del farmacista del paese, ora in Consiglio comunale, all’opposizione. Elvira ha avuto sui suoi banchi molti dei ragazzi che sono stati assassinati a Lula, da Luisa Manfredi, la figlia di Matteo Boe, ad Angelo Maria Piras, ucciso, anche lui a fucilate, nel gennaio del 2015.

«Questa comunità faticosamente stava cercando di uscire dalle ombre del passato, dalle faide e dagli omicidi che hanno impietrito il paese – racconta l’insegnante – Invece, ancora una volta, questo delitto ci riporta al passato: alle storie di violenza e di odio che hanno reso tristemente famosa Lula». Perché, anche se Giovanni Calia aveva un passato terribile «non meritava di fare questa fine. E lo dico a nome di tutta la comunità. A Lula non è la vendetta a guidare gli animi, come qualcuno può pensare. Giovanni aveva pagato il suo debito con la giustizia, era rientrato in paese e conduceva una vita riservata». I suoi quattro fratelli e la sorella lo avevano accolto a braccia aperte, una volta uscito dal carcere. Una famiglia rispettata la sua: il fratello Paolo, geologo, è il direttore della miniera di Lula, la sorella lavora a Roma, è funzionario al ministero dei beni culturali. «Una famiglia perbene, il loro dolore è il dolore di tutto il paese», ripete Elvira Calia.

Giovanni era il più piccolo della famiglia. L’unico a uscire dalle regole. «Ma non per questo meritava di fare una fine simile». Quello che preoccupa la consigliera è che questo omicidio possa innescare vendette a catena. «In tutti questi anni abbiamo lottato per dire basta alla violenza e all’orrore. Il paese non deve piegarsi al linguaggio dell’odio. Ho sempre insegnato ai miei alunni i valori della vita e della libertà. Ora ho paura, perché un omicidio lascia ferite insanabili nel tessuto sociale, difficili da rimarginare». E la ferita che fa più male è quel senso di impotenza che si prova quando la giustizia si ferma prima di scoprire i colpevoli. «È come se tutto fosse avvolto dalla nebbia, uno che guarda con sospetto l’altro». Com’è successo dopo la morte di Luisa, 14 anni, figlia di Matteo Boe, l’ultimo bandito balente della Barbagia , uccisa con una fucilata alla testa nel novembre del 2003. La ragazzina era stata colpita mentre era affacciata a una finestra della casa dove viveva con la mamma Laura, il fratellino Andrea e la sorellina Marianna. «Un delitto ancora irrisolto – ricorda –, a Lula il dolore si ripete ogni anno il giorno della sua morte. A ricordarla sono soprattutto i suoi compagni di scuola che il 25 novembre accendono i lumicini sui balconi delle loro case. Una cerimonia che si ripeterà anche il mese prossimo, per dare un segnale alla famiglia». Anche Angelo Maria Piras, ucciso a gennaio del 2015, è stato suo alunno. «Basta con tutto questo dolore – conclude l’insegnante in pensione –. Bisogna dare una speranza a Lula». (g.z.)

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