Difesa: stop al giudizio immediato
Omicidi Monni e Masala, l’avvocato Marras ha depositato la richiesta di revoca
NUORO. «Se avete coscienza, chiedete ai vostri assistiti dove hanno seppellito il corpo di mio figlio Stefano, perché anche se fosse solo un pezzettino, io me lo voglio riportare a casa». Poco prima di varcare la porta dell’aula gip, per l’incidente probatorio legato al delitto dello studente di Orune, Gianluca Monni, papà Marco Masala si rivolge ai legali dei due imputati Alberto Cubeddu e Paolo Enrico Pinna. È l’appello disperato di un genitore che da un anno e mezzo non desidera altro che avere almeno una tomba sulla quale piangere un figlio strappato troppo presto alla vita e ai suoi sogni. «Abbiamo il massimo rispetto per il dolore dei familiari – risponde l’avvocato Agostinangelo Marras – ma non possiamo essere noi il veicolo di questa richiesta». Poi la porta dell’aula si apre, le parti si siedono davanti al gip Mauro Pusceddu, i familiari di Gianluca Monni e Stefano Masala si stringono con affetto le mani, accompagnati rispettivamente dai legali Antonello Cao e Margherita Baragliu, e Caterina Zoroddu. Doveva essere solo una tappa giudiziaria veloce e senza particolari scosse, quella di ieri, nell’inchiesta sull’omicidio Monni, un incidente probatorio nel quale, come prevedono le norme, la giustizia assegna l’incarico a un perito per cercare di portare a casa una prova – in questo caso il contenuto dei telefonini e dei computer degli indagati – e di congelarla in vista di un futuro processo. E invece, come spesso accade nelle inchieste più delicate, la nuova tappa dell’inchiesta registra anche ieri qualcosa di inaspettato. Non solo il nuovo e sentito appello del papà di Stefano Masala – il giovane di Nule scomparso e ucciso, secondo l’accusa, dagli stessi killer di Gianluca Monni – ma anche l’annuncio di Agostinangelo Marras, legale, insieme ad Angelo Merlini, di Paolo Enrico Pinna, minorenne all’epoca dei fatti e cugino dell’altro indagato, Alberto Cubeddu, difeso dagli avvocati Mattia Doneddu e Patrizio Rovelli. «Abbiamo depositato una richiesta di revoca del giudizio immediato disposto nei confronti di Pinna – spiega l’avvocato Marras – e lo abbiamo fatto perché uno dei requisiti del giudizio immediato è l’evidenza della prova, ma in questa vicenda manca proprio l’evidenza della prova, visto che la vogliono cercare attraverso l’incidente probatorio».
Ma non basta. Il legale di Pinna attacca duramente il trattamento che gli inquirenti avrebbero riservato alla difesa e ai suoi diritti. «Siamo in presenza di una enorme disparità di trattamento tra accusa e difesa sul piano processuale – spiega l’avvocato Marras – a quattro giorni dalla scadenza del termine per eventuali richieste di giudizio abbreviato, infatti, alla difesa non sono ancora stati messi a disposizione i dischetti informatici e le intercettazioni. Alla difesa mancano i dischetti di un anno e mezzo di intercettazioni. No, davvero, in queste condizioni non si può andare avanti. Perché è vero, ci sono due vittime, ma è vero altrettanto che ci sono due giovani che devono essere difesi con tutti gli strumenti previsti dalla legge, e invece questi strumenti vengono negati ai difensori». Ma al di là degli appelli delle parti, l’udienza di ieri davanti al gip si è conclusa con l’assegnazione al perito Giancarlo Rosa di un incarico piuttosto corposo. Da adesso e sino alla fine di novembre, infatti, l’esperto dovrà estrapolare dai telefonini, tablet e computer sequestrati agli indagati, tutti i contatti, chiamate, filmati, conversazioni, mail e chat di whatsapp. La Procura, con il pm Andrea Vacca, ha nominato un suo consulente. L’avvocato Caterina Zoroddu, che tutela gli interessi dei Masala, valuterà in seguito se nominarne uno suo. Prossima udienza il 28 novembre.
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