«Indispensabile il testamento biologico»

Luciana Goisis, docente di Diritto penale, sottolinea i limiti dell’attuale legislazione

SASSARI. Il caso di Walter Piludu ha riportato l'attenzione sul tema del fine vita. Il politico cagliaritano malato di Sla aveva chiedere che proprio la politica si occupasse finalmente del diritto di morire. «La Costituzione chiarisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge – spiega Luciana Goisis, docente di Diritto penale all'università di Sassari –, aggiungendo che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Fino a che punto le leggi permettono all'individuo di poter disporre della propria vita?

«Nell'ordinamento giuridico italiano non c'è una norma apposita in tema di eutanasia. Avendo come conseguenza l'uccisione di un uomo si parla di omicidio del consenziente. Tuttavia, la fattispecie difficilmente può trovare applicazione nei casi di uccisione per eutanasia, in quanto essa è esclusa dalla presenza di alcune circostanze che frequentemente accompagnano l'atto eutanasico. Ma quando, per la presenza di condizioni di debolezza psichica, il consenso prestato non può dirsi valido si deve applicare la ben più severa disciplina dell'omicidio volontario comune, mitigata al più dal riconoscimento delle attenuanti generiche».

Quando parliamo di istigazione al suicidio?

«Assume un'importanza decisiva il fatto che l'ultimo atto causativo della morte sia compiuto dal paziente o da un terzo, come il medico o un parente. Mentre in questo ultimo caso, ricorrendone gli altri presupposti, si profila la figura attenuata dell'omicidio del consenziente, nel caso in cui sia il malato a darsi la morte, la responsabilità del terzo potrà sussistere per il fatto di avere consapevolmente fornito al malato il mezzo. L'anticipare anche di pochi istanti il momento della morte costituisce condotta penalmente rilevante».

Sul tema la dottrina non ha una posizione univoca.

«Una parte ritiene inadeguata la via tracciata dal legislatore per la risoluzione dei casi di eutanasia pietosa attiva, affermando che non si può ignorare il fatto che vi è una realtà quotidiana nella quale è recepita come urgente la necessità di contemperare le esigenze di tutela della vita con quelle della tutela di una vita umana dignitosa. Un'altra parte della dottrina, invece, afferma la necessità di provvedere a una vera e propria riforma per pervenire a una disciplina ad hoc che regoli l'omicidio eutanasico».

In che modo deve agire l'autorità giudiziaria di fronte a un individuo che decide di non sottoporsi più a un trattamento sanitario?

«Nel caso dell'eutanasia passiva per evitare l'accanimento terapeutico il giudizio dell'ordinamento è di sostanziale liceità. Inoltre, la dottrina ritiene per lo più che di fronte alla consapevole rinuncia del malato a un prolungamento artificiale dell'esistenza cessa l'obbligo di garanzia del medico di realizzare trattamenti finalizzati a mantenere in vita, con conseguente liceità dell'interruzione della cura e non configurabilità del reato di omicidio del consenziente. Assai più problematica però è la valutazione dei casi in cui il paziente non è più in grado di esprimere un valido consenso per indebolimento della capacità d'intendere e volere o per perdita irreversibile di coscienza come accade per esempio nello stato vegetativo permanente: qui resta incerto quali siano i limiti dei doveri professionali dei medici, considerata anche la difficoltà di emettere prognosi certe circa il grado di irreversibilità della condizione del paziente. E proprio per affrontare queste situazioni potrebbe risultare utile il ricorso al testamento biologico, cioè lo strumento con cui un individuo, ancora nel pieno possesso delle facoltà mentali, comunica anticipatamente la propria decisione sul tipo di trattamento che preferirebbe ricevere nel caso dovesse in futuro venirsi a trovare nella condizione di malato terminale o in stato di incoscienza». (al.pi.)

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